
La guida è una di quelle situazioni che induce facilmente alla riflessione. Capita così che mentre ascolto i L’altra guidando mi venga da chiedermi perché mi piacciono le loro canzoni, perché provo piacere nell’ascoltare le loro tristi melodie e, quindi, perché preferisco (e più o meno ho sempre preferito) una musica più “triste” a canzonette allegre. Che sia solo una questione di gusti o c’è qualcos’altro sotto?
Invece di trovare e vagliare possibili risposte a questo quesito, ecco che all’improvviso mi viene in mente Kenshiro, l’unico e legittimo successore della sacra scuola di Hokuto. Non mi dite che non avete capito di chi sto parlando. Dai.. il famosissimo protagonista del cartone animato (e ovviamente del manga) “Ken il guerriero”, l’uomo dalle sette stelle sul petto. Cosa centra questo personaggio con la musica dei L’altra e con la musica “triste” in generale? Mistero.
Facciamo un po’ d’ordine. Il fumetto Hokuto No Ken (traduzione italiana: “Il colpo della stella del Nord”) nasce all’inizio degli anni ’80 dalla penna del disegnatore Tetsuo Hara, coadiuvato da Buronson che si è occupato principalmente della storia. Ambientato alla fine del XX secolo in un mondo post-conflitto nucleare dove regna la violenza e la sopraffazione del più debole (“i deboli sono come bestiame e quei tipi si divertono ad ucciderli”), narra le vicende di Kenshiro, successore della scuola di Hokuto, arte marziale vecchia di 2000 anni attraverso cui è possibile far esplodere l’avversario attraverso la pressione dei suoi tsubo.
Nietzsche una volta ha detto “chi ha un «perché» di vivere, sopporta quasi ogni tipo di «come»”. Nel caso di Ken si potrebbe sostenere che “chi ha un «come» di vivere trova sempre un «perché»”. In questo caso il “come” è il triste destino del successore di Hokuto che gli impone di combattere sempre, persino contro i suoi stessi fratelli. Il “perché”, invece, necessita di un po’ più di tempo per essere trovato: “è ormai tanto tempo che ho perso ogni scopo. Sono uno che ha perso tutto!”. Nel mondo sconvolto dalla guerra nucleare persino la donna amata gli “è stata sottratta da un altro uomo! L’unico scopo della mia vita è sempre stato quello di ritrovarla… Però Julia era già morta. L’unica cosa che mi è rimasta dopo tante battaglie… è solo una solitudine indescrivibile…”.
Tuttavia, “più il suo dolore aumenta, e più Ken diventa forte”, talmente forte che chi gli sta vicino comincia a convincersi che possa essere lui il salvatore di fine secolo.
Se qualcuno pensa che il personaggio di Kenshiro sia il prototipo classico dell’eroe piatto con il solo scopo di sconfiggere i cattivi si sbaglia. Tetsuo Hara ha creato un personaggio molto più complesso, in cui non è mai facile trovare la demarcazione tra crudeltà e violenza da un lato e sensibilità e pietà dall’altro, in cui amicizia e rivalità si compenetrano fino a divenire talvolta inscindibili, in cui l’adeguatezza al ruolo che è chiamato a ricoprire viene messa continuamente in discussione.
Ma ciò che lo caratterizza più di tutto, e con questo chiudo il cerchio e rispondo alla domanda di inizio post, è sicuramente la sconfinata tristezza. Nonostante abbia la forza necessaria a divenire il dominatore del mondo, Kenshiro rimane un eroe triste. “Allora… provando tutta quella tristezza… saresti diventato l’uomo più forte nella millenaria storia di Hokuto?!”. Ed è proprio questo a renderlo più forte, poiché “la vittoria… non appartiene a chi non conosce la tristezza!”.
L’insegnamento di Ken (perché anche dai manga si può imparare qualcosa oltre a leggere al contrario), ciò che rimane in conclusione, è che la tristezza non va demonizzata. Tutti i manuali del mondo non ci possono aiutare ad essere sempre felici, ma i momenti tristi non devono farci paura perché grazie ad essi possiamo diventare più forti e trovare nuove energie per guardare avanti.
Talvolta le tristi melodie di una canzone esprimono un’intensità tale da farci provare un brivido che ci fa sentire vivi. E forse è solo questo che conta perché, come ho letto una volta sulla maglietta di un amico, alla fine, bella o brutta che sia, “solo l’emozione resiste”.