
Eccoci arrivati all’ultimo, ma non per importanza, dei libri vincitori della tornata elettorale. Finalmente è giunto il momento di parlare di Milan Kundera. In molti lo ricorderanno per aver scritto “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, romanzo che racconta una storia d’amore con la limpidezza e il cinismo propri di chi decide di ancorarsi al mondo reale senza lasciare spazio alle fantasiose banalità in cui si rischia di incorrere quando si mettono in scena i sentimenti umani.
I sentimenti e le emozioni sono anche il tema ricorrente dell’opera di cui mi accingo a parlare, “La vita è altrove”. Kundera stesso l’ha definito “il romanzo della rivoluzione europea in quanto tale, condensata”. Questa frase, riportata nel retro di copertina, mi ha incuriosito abbastanza da spingermi a leggere questo libro (e devo dire che ovviamente ne vale la pena). Se questo a voi non bastasse, vi aggiungo le ragioni che hanno spinto l’autore a scrivere “La vita è altrove”. “Quando un boia uccide, la cosa in fin dei conti è normale; ma quando un poeta accompagna l’esecuzione col suo canto, l’intero sistema di valori che noi consideriamo sacrosanto viene d’un colpo scardinato… Io vedevo davanti a me un mondo di valori traballanti e nella mia mente, con gli anni, prese gradatamente forma la figura di Jaromil, con sua madre e i suoi amori”.
Jaromil è il protagonista di questa vicende ambientate prima e dopo la rivoluzione che ha comportato l’imposizione del regime comunista in Cecoslovacchia. Tale situazione storica funge da fondamenta in cui Kundera erige il suo laboratorio antropologico con lo scopo di cercare soluzione alla domanda: “Che cos’è l’esistenza umana?”. La vita di Jaromil è il percorso che l’autore sceglie per affrontare la questione.
Dal momento del suo concepimento Jaromil diviene oggetto di tutte le speranze e aspirazioni della madre che lo ricopre di un affetto quantomeno eccessivo (nel senso che quando è troppo non si potrà mai essere ricambiati a sufficienza). Già da piccolo il protagonista si sente diverso dagli altri bambini e chiuso nella sua cameretta si dedica a dipingere corpi umani con teste di cane. L’incontro con un pittore fa definitivamente esplodere in Jaromil la passione per l’arte e la vista delle grazie femminili dal buco della serratura lo spinge a comporre la sua prima lirica. Ben presto il numero di poesie da lui composte aumenta con progressione quasi costante. Alla madre, “quando ebbe letto alcune volte le poesie, salirono agli occhi lacrime di ammirazione, perché quei versi le sembravano incomprensibili e pensò dunque che in essi c’era più di quanto lei potesse capire e che quindi lei era madre di un ragazzo prodigio”. L’atteggiamento della madre, sottolineato con una buona dose di ironia da Kundera, spinge il protagonista a “nutrire la ferma e tranquilla certezza di portare in sé, nonostante il suo aspetto insignificante (e la sua vita insignificante), una ricchezza eccezionale; oppure in altri termini: la certezza di essere un eletto”.
Con l’avvento della rivoluzione è proprio tale certezza di far parte di una ristretta cerchia di persone al di sopra della massa che lo convince a partecipare alla rivolta e ad usare le proprie capacità poetiche per guidare il popolo. La poesia è ormai divenuta “arte della propaganda e degli slogan dipinti sugli striscioni e sui muri delle città” e Jaromil si prodiga nel formularne sempre di nuovi. La sua adesione alla causa rivoluzionaria è talmente profonda da spingerlo a comportarsi da integralista fanatico anche con la donna amata. “Tu devi stare dalla mia parte, e non in mezzo. E se stai dalla mia parte devi fare quello che faccio io, volere quello che voglio io. Per me il destino della rivoluzione è il mio stesso destino. Se qualcuno agisce contro la rivoluzione agisce contro me stesso. E se i miei nemici non sono i tuoi nemici, anche tu sei mia nemica”.
Il pensiero di Jaromil è estremo, come estremo è il suo modo di vivere le emozioni. Ma forse questo è ciò che rende poeti. “La poesia lirica è un territorio in cui ogni affermazione diventa verità. Il poeta lirico ieri ha detto: la vita è vana come il pianto, oggi dice: la vita è allegra come una risata, e ha ragione ogni volta. Oggi dice: tutto finisce e sprofonda nel silenzio, domani dirà: nulla finisce e tutto risuona eternamente, e tutt’e due le cose sono vere. Il poeta lirico non deve dimostrare nulla; l’unica prova è l’intensità della sua emozione”.
Di emozioni tornerò a parlare, magari in modo un po’ inusuale, nel prossimo post. Ora vi lascio con un’ultima frase. Io sto ancora pensando cosa voglia dire, se qualcuno ha dei suggerimenti sono qui.
“Solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi in cui regna un silenzio assordante”.