Archive for September, 2006

Cecità

September 22nd, 2006 No Comments

Allora… da dove iniziare? Cominciamo da un semaforo e mettiamoci qualche fila di auto in attesa. Finalmente il verde è scattato e gli automobilisti possono dare gas. Tutti tranne uno. Allora “alcuni conducenti sono balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco”.

È così che Saramago dà il via ad uno dei suoi romanzi più riusciti, secondo me non il migliore, ma di sicuro il più importante. Già dal titolo “Cecità” (o meglio dal titolo originale “Ensaio sobre a Cegueira”) si intuisce dove l’autore intende andare a parare. Quello che non si può immaginare è che Saramago metta in piedi uno scenario in grado di incutere paura ed angoscia anche al più accanito cultore di film horror.

Al primo cieco, quello che abbiamo lasciato dentro la macchina al semaforo, ne seguono presto degli altri, come il medico che lo visita e tutti i pazienti della sua sala d’attesa. Tutte queste prime vittime del “mal bianco” (denominato così perché quelli che ne sono affetti vedono tutto bianco, come in un “mare di latte”) vengono subito rinchiuse in un ex-manicomio controllato dall’esercito per evitare il contagio.
E qui Saramago non concede nulla a questi poveri condannati senza processo che si ritrovano catapultati in una realtà che diviene giorno dopo giorno più brutale. Ciechi senza sapere come si fa ad essere ciechi, senza cibo perché poco dopo si ammaleranno anche i militari che fanno loro la guardia, in preda alla crudeltà dei più forti, queste persone non ricevono dall’autore nemmeno un nome proprio perché, in fondo, non gli è di alcuna utilità.

L’unica ancora di salvezza per questi ciechi è rappresentata da una donna, la moglie del medico, che è rimasta la sola persona a non essersi ammalata. Questo è un grande vantaggio per chi le sta intorno, ma è una grande crudeltà per lei, costretta a sopportare la vista dell’agghiacciante degrado in cui versano gli esseri umani che ormai hanno perso la loro “umanità” e vivono come animali, se non peggio.
Pur dovendo sopportare situazioni che noi “vedenti” (o pseudo tali) non siamo nemmeno in grado di immaginare, questa messia-per-necessità fa di tutto per mantenere un briciolo di speranza nei suoi protetti: “penso che siamo già morti, siamo ciechi perché siamo morti, oppure, se preferisci che te lo dica diversamente, siamo morti perché siamo ciechi, il risultato è lo stesso, Io ci vedo ancora, Fortunatamente per te, fortunatamente per tuo marito, per me, per gli altri, ma non sai se continuerai a vedere, Oggi è oggi, domani è un altro giorno, e io la responsabilità ce l’ho oggi, non domani, se sarò cieca, Responsabilità di cosa, La responsabilità di avere gli occhi quando gli altri li hanno perduti, Non puoi guidare o dare da mangiare a tutti i ciechi del mondo, Dovrei, Ma non puoi, Aiuterò per quanto sarà nelle mie possibilità”. Ed è proprio grazie al suo aiuto che qualcuno di questi ciechi riuscirà a salvarsi mantenendo un po’ di umanità: “approfittiamo della combinazione che ci siano ancora un paio d’occhi aperti, gli ultimi rimasti, se un giorno si dovessero spegnere, non voglio neanche pensarci, allora il filo che ci unisce a quell’umanità si spezzerebbe”.

Non voglio dilungarmi nel cercare di spiegare cosa voglia dire Saramago fuor di metafora, perciò vi lascio con un paio di citazioni, rifletteteci su da soli e fatevi la vostra idea:
- “i sentimenti con i quali abbiamo vissuto e che ci hanno fatto vivere come eravamo sono nati perché avevamo gli occhi, senza di essi i sentimenti si trasformeranno, non sappiamo come, non sappiamo in quali”;
- “Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, è una grande verità, Ma io voglio vedere, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Non per questo vedrai, l’unica differenza sarebbe che non saresti più la peggior cieca”.

P.S.: Chi non ha mai letto questo libro lo legga! Chi non ha mai letto nulla di Saramago inizi da questo!

P.P.S.: A chi è piaciuto “Cecità” consiglio di leggere anche la sua naturale continuazione, “Saggio sulla lucidità”: “Un Paese senza nome. Una città senza nome. Delle normali elezioni amministrative, ma qualcosa non va per il verso giusto. La gente non va al mare, non diserta i seggi. Vota, ma vota scheda bianca. Un gesto rivoluzionario, una congiura anarchica, una provocazione di gruppi estremisti?”. A voi scoprirlo.

Analisi finale

September 4th, 2006 No Comments

Spesso capita di associare a momenti importanti della propria vita dei simboli che sanciscono ciò che è stato e rappresentano per noi l’importanza di quanto è avvenuto. Per me “Analisi finale” è proprio questo, un simbolo di quello che in gergo epistemologico viene chiamato mutamento di paradigma o, più semplicemente, del punto di rottura tra una vecchia visione del mondo proposta da professori vecchi dentro e fuori e un modo diverso di vedere le cose. Che è un po’ quello che è successo anche a Jeffrey Masson che in questo libro racconta la sua vera avventura all’interno della psicoanalisi, dall’infatuazione iniziale al dover subire “pressioni per accettare le idee tramandate dal capo, per quanto irrazionali” e, in conclusione, alla “punizione contro chiunque faccia domande o alla fine voglia uscire dal circolo”.

Ma, dato che è la storia della sua vita lascerò quasi esclusivamente la parola a lui:
“Nel 1970 la mia massima aspirazione era quella di diventare uno psicoanalista.
Analisi finale è la storia della mia formazione di analista, della mia amicizia con Anna Freud, Kurt Eissler e altri, e dei motivi per i quali, alla fine, abbandonai quel mondo. Se si trattasse soltanto di una mia vicenda personale, dubito che varrebbe la pena di raccontarla. Ma le iniquità e la corruzione in cui mi sono imbattuto come candidato erano insite nel processo stesso di formazione; ritengo che le conseguenze si estendano a ogni analisi e alla psicoterapia in generale. Non sono stato l’unico ad accorgermi di questi soprusi: tuttavia, pochi fra noi, giunti al termine del processo formativo, erano riusciti a sfuggire alla mentalità corrente che li faceva sembrare, visti dalla distanza di sicurezza costituita dalla «patente» di analista, necessari o addirittura normali”.

E queste non sono che le premesse… grazie all’importante amicizia con Kurt Eissler e col benestare di Anna Freud, figlia del buon Sigmundo, Masson riuscì a diventare direttore degli Archivi Freud, dove sono raccolti tutti o quasi gli scritti originali del padre della psicoanalisi. In questo ruolo, leggendo alcuni scritti di Freud ancora sigillati, fece delle scoperte così sconvolgenti da minare i fondamenti stessi della psicoanalisi e decise di rivelarle pubblicamente.
Si può dire che non fu una sorpresa gradita per molti suoi colleghi, che, invece di starlo ad ascoltare, fecero il vuoto intorno a lui e lo costrinsero ad uscire da quel mondo spingendolo a queste ultime sagge riflessioni:
“In ultima analisi, uno psicoanalista fa le stesse affermazioni di un capo religioso, e sono ugualmente false. Nella mia esperienza, la psicoanalisi richiedeva una fedeltà incondizionata, la condivisione cieca di una «sapienza» non soggetta ad esame critico. Tutte le varianti del «perché lo dico io», o perché lo dice il Corano, o perché lo dice la Bibbia, o le Upanisad, o Freud, o Marx, sono semplicemente modi diversi di soffocare il dissenso intellettuale. Alla fine non possono soddisfare la mente che s’interroga o far tacere i dubbi che sorgono inevitabilmente quando la mente si trova di fronte ad affermazioni dogmatiche sul comportamento umano. [...] Ciò che cercavo, e ciò che la psicoanalisi promette, non può, in realtà, essere dato da un’altra persona, non può essere trovato in una teoria, o in una professione, a prescindere dalla bontà delle sue intenzioni.”

Un ringraziamento speciale va a Marco che mi fece conoscere questo libro e che, con la sua immense conoscenze ed intelligenza, mi ha aiutato moltissimo a divenire ciò che sono ora.

In conclusione, per quanto si possa cercare di convincersi del contrario, quello che è importante sapere è che “non esistono esperti in amore, studiosi del vivere, dottori delle emozioni o guru dell’anima”.