
Roberto Saviano è un giovane di meno di trent’anni che proviene da un paese del casertano, Casal di Principe. Roberto Saviano a 28 anni già deve vivere sotto scorta. Perché? Solo per aver scritto un libro in cui racconta ciò che avviene dalle sue parti.
Poi è capitato che questo suo libro vendesse più di 800000 copie ed ora tutti, volendo, hanno la possibilità di scoprire che cosa sia la camorra, “l’organizzazione criminale più corposa d’Europa”, e quali siano le sue sfere di interesse.
Io in realtà su Gomorra ero un po’ scettico, mi aspettavo l’ennesimo libro per una facile indignazione. Di quelli che li leggi e ti incazzi, ne parli con tutti quelli che incontri e dopo un mese però cade nell’oblio. Pensavo si trattasse di un libro che potesse piacere solo agli spettatori di Report o agli estimatori di Travaglio. Niente di più sbagliato.
Il sottotitolo “viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra” parla chiaro. Infatti, è proprio di un viaggio che si tratta, un viaggio che procede veloce portando con sé il lettore tra spostamenti di merci, luoghi e persone visti attraverso gli occhi di un Saviano talvolta ospite talvolta infiltrato. Quello che più colpisce di questo viaggio è che non è fatto solo di rabbia o indignazione per una situazione francamente tra il tragico e l’assurdo. Non si tratta di denuncia, quanto piuttosto di racconto. Le parole sono pervase di una neutralità che non mi sarei mai aspettato. Io non sarei stato in grado di dire quello che Saviano ha scritto senza inondare il tutto di giudizi morali. Ma lui c’è riuscito. E già solo per questo merita tutta la mia stima.
“Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’architettura dell’autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.
[…] Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono l’odore. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità delle parole non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Io so e ho le prove. E quindi racconto. Di queste verità”.
E ora le lascio raccontare a lui, intervistato da un maestro del giornalismo come Enzo Biagi.

