Archive for the ‘Psicologia e dintorni’ Category

Se penso ai cambiamenti nella nostra vita di esseri umani dovuti alla diffusione del computer prima e di internet poi ci sono un sacco di aspetti che mi vengono in mente. Ad esempio, molte delle cose che prima si facevano a mano, fisicamente, ora si possono fare virtualmente attraverso il pc (tanto per citarne una, l’uso della mail che ha rubato moltissimo spazio alla posta ordinaria).
Ancor di più, la scatenata esplosione di Internet ha creato, di fatto, la globalizzazione dell’informazione. Tutti possono dire la loro, tutti possono trovare le informazioni che vogliono, un italiano ha la possibilità di comunicare con un giapponese, un turco con un peruviano (posto ovviamente che si capiscano reciprocamente), tutti possono avere la musica, i film, il software, i testi che vogliono quando vogliono.

Ma non è questa la vera rivoluzione, anche se è da qui che parte. La vera rivoluzione sta avvenendo nelle nostre vite. La vera rivoluzione, che probabilmente sta modificando anche i nostri cervelli, si chiama multitasking. Ormai “milioni di persone qualunque siedono davanti a macchine che hanno la capacità potenziale di presentare e analizzare dati sufficienti a sommergere un Einstein” (secondo me anche 1000 Einstein, ma tralasciamo). Ecco che di fronte ad una mole così ingente di dati e visto che il tempo a disposizione per fruirne non aumenta, ma tende a diminuire, la soluzione è quella di fare più cose contemporaneamente, o meglio, di non far più una singola cosa per volta. Esempi banali e quotidiani: leggere un libro e ascoltare musica; parlare al telefono e leggere un blog; guidare la macchina, ascoltare la radio, fumarsi una cicca e fare un dialogo tra sé e se stessi tutto in una volta. A questo si aggiunge ovviamente quella sensazione, più o meno conscia, che il tempo non basti mai per fare tutto quello che vorremmo.

Conseguenza abbastanza ovvia di questa modalità nell’approccio alle informazioni è che non possiamo più prenderci il lusso di concentrare tutta la nostra attenzione su un singolo dato (che può essere l’articolo di giornale piuttosto che un brano musicale, tanto per essere concreti), ma questa sarà per forza spezzettata nelle diverse azioni che stiamo compiendo in un dato momento. Dato che, però, le nostre risorse cognitive sono comunque limitate, questo comporta che le nostre scelte e decisioni, anche le più banali, si basino sempre più su singoli brandelli di informazione, piuttosto che su un’analisi dettagliata delle stesse. E noi stessi “abbiamo creato questa nostra insufficienza costruendo un mondo di una complessità radicalmente maggiore” a quelle che sono le nostre possibilità fruire dei dati che abbiamo a disposizione.

Arrivati fin qui, vorrei puntualizzare che la mia non è critica, non dico che dovrebbe essere tutto come una volta, che dovremmo passare la giornata ad osservare un sasso da cima a fondo. Il punto a cui volevo arrivare, e ammetto di averla presa larga, è che tener conto di “un pezzo isolato d’informazione, anche se normalmente ci guida bene, può portarci a commettere errori chiaramente stupidi; errori che possono essere sfruttati da chi ha interesse ad ingannarci”. Proprio perché ci vediamo “costretti” a usare questo tipo di scorciatoie, è molto semplice sfruttarle contro di noi.
E qui scende in campo Robert Cialdini con il suo “Le armi della persuasione”. Libro, non giovanissimo, ma comunque attuale, in cui attraverso ricerche e aneddoti Cialdini ci mostra come ci facciamo continuamente infinocchiare quando non abbiamo la possibilità di prestare la necessaria attenzione. I professionisti della persuasione sono sempre pronti a utilizzare armi come la simpatia, il rispetto per l’autorità, la coerenza con gli impegni presi, la reciprocità tra il dare e l’avere, la privazione delle risorse per il loro tornaconto personale.
Tanto per citarne una, che sia lo Sceriffo di Nottingham a proporre la Robin Tax per me è paradossale, ma passa lo stesso. Altro esempio proprio della nostra cultura, l’inconscia “associazione tra grandezza e status, un collegamento che può essere sfruttato con vantaggio: è esattamente per questo che i professionisti della truffa, anche se hanno una statura media o leggermente superiore, portato regolarmente scarpe rialzate”. Ovviamente ogni riferimento a persone esistenti è puramente casuale.
Ultimo esempio in chiusura. “Se un pubblicitario ci informa con dati statistici autentici che un certo prodotto è il più venduto, ci sono buoni motivi per ritenere che acquistandolo non faremo un grosso errore. Le cose cambiano quando il pubblicitario cerca di stimolare la nostra risposta automatica alla riprova sociale contraffacendo l’informazione. In questi casi abbiamo il diritto di contrattaccare, boicottando attivamente quei prodotti con tutti i mezzi a nostra disposizione”.

E allora la vogliamo finire di votare per Berlusconi?

P.S.: Non intendo favorire eventuali confronti, e i conseguenti sterili dibattiti, tra il governo attuale e quelli passati o tra i politici di maggioranza e i loro opposti, semmai esistono. Non è mia intenzione criticare alcuni per sponsorizzare altri.
Se vi venisse quest’idea, vi consiglio di accantonarla che sarebbe solo fatica sprecata.

Ormai il periodo vacanziero sta per finire per tutti. Si avvicina il momento giusto per mettere da parte i falsi buoni propositi e la speranza che l’anno nuovo porti benessere e felicità. Perché, diciamocelo, in realtà “nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici. È giunta l’ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita”.

Se siete anche voi di quest’idea, vi consiglio di cominciare il 2008 con Paul Watzlawick e le sue “Istruzioni per rendersi infelici”. Se pensate di essere già abbastanza infelici e che questo libro non possa esservi d’aiuto, vi sbagliate. “Tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale”.

Non aspettatevi da questo breve saggio l’aria fritta di cui sono soliti riempirsi libri con un titolo del genere. In modo molto semplice e marcatamente ironico, Watzlawick propone esempi ed esercizi che se seguiti con scrupolosità promettono un’efficace e persistente infelicità.
Per perseguire l’obiettivo si può cominciare dall’esaltare il proprio passato. Infatti, “al più dotato aspirante all’infelicità non dovrebbe essere difficile riconoscere nella propria giovinezza l’età dell’oro irrimediabilmente perduta, rendendosi così accessibile un’inesauribile fonte di tristezza”. “Un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente”.

A questo punto sarà possibile affrontare i problemi della vita come avviene nella “storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: «Per scacciare gli elefanti». «Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!». E lui: «Appunto»”. Morale della favola: “rifiutare o scansare una situazione temuta, un problema, da un lato sembra essere la soluzione più logica, dall’altro però assicura il persistere del problema. E il suo valore per noi consiste proprio in questo”.

Imparate le basi, ci si può ora cimentare nel rovinare le proprie relazioni sociali. Due banali esempi che tutti voi avrete già sperimentato.
Primo. “Un efficace fattore di disturbo nelle relazioni consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra”.
Secondo. I paradossi nella comunicazione: “tra tutte le complicazioni, i dilemmi e le insidie che possono esistere nella struttura della comunicazione umana, l’assurdità del cosidetto «Sii spontaneo!» è certamente la più diffusa. Essere spontanei ubbidendo ad un ordine è tanto impossibile quanto dimenticare intenzionalmente qualcosa o scegliere di dormire più profondamente. O si agisce spontaneamente, quindi di propria iniziativa, oppure si esegue un ordine e in questo caso non c’è alcuna spontaneità”.

Ecco, io qualche dritta per affrontare meglio l’anno nuovo ve l’ho data. Chi decide di seguire le istruzioni di Watzlawick me lo faccia sapere così tra qualche mese verifichiamo se ha davvero ben imparato a difendere con tenacia la propria infelicità.

Ovviamente buon 2008 a tutti.

Analisi finale

September 4th, 2006 No Comments

Spesso capita di associare a momenti importanti della propria vita dei simboli che sanciscono ciò che è stato e rappresentano per noi l’importanza di quanto è avvenuto. Per me “Analisi finale” è proprio questo, un simbolo di quello che in gergo epistemologico viene chiamato mutamento di paradigma o, più semplicemente, del punto di rottura tra una vecchia visione del mondo proposta da professori vecchi dentro e fuori e un modo diverso di vedere le cose. Che è un po’ quello che è successo anche a Jeffrey Masson che in questo libro racconta la sua vera avventura all’interno della psicoanalisi, dall’infatuazione iniziale al dover subire “pressioni per accettare le idee tramandate dal capo, per quanto irrazionali” e, in conclusione, alla “punizione contro chiunque faccia domande o alla fine voglia uscire dal circolo”.

Ma, dato che è la storia della sua vita lascerò quasi esclusivamente la parola a lui:
“Nel 1970 la mia massima aspirazione era quella di diventare uno psicoanalista.
Analisi finale è la storia della mia formazione di analista, della mia amicizia con Anna Freud, Kurt Eissler e altri, e dei motivi per i quali, alla fine, abbandonai quel mondo. Se si trattasse soltanto di una mia vicenda personale, dubito che varrebbe la pena di raccontarla. Ma le iniquità e la corruzione in cui mi sono imbattuto come candidato erano insite nel processo stesso di formazione; ritengo che le conseguenze si estendano a ogni analisi e alla psicoterapia in generale. Non sono stato l’unico ad accorgermi di questi soprusi: tuttavia, pochi fra noi, giunti al termine del processo formativo, erano riusciti a sfuggire alla mentalità corrente che li faceva sembrare, visti dalla distanza di sicurezza costituita dalla «patente» di analista, necessari o addirittura normali”.

E queste non sono che le premesse… grazie all’importante amicizia con Kurt Eissler e col benestare di Anna Freud, figlia del buon Sigmundo, Masson riuscì a diventare direttore degli Archivi Freud, dove sono raccolti tutti o quasi gli scritti originali del padre della psicoanalisi. In questo ruolo, leggendo alcuni scritti di Freud ancora sigillati, fece delle scoperte così sconvolgenti da minare i fondamenti stessi della psicoanalisi e decise di rivelarle pubblicamente.
Si può dire che non fu una sorpresa gradita per molti suoi colleghi, che, invece di starlo ad ascoltare, fecero il vuoto intorno a lui e lo costrinsero ad uscire da quel mondo spingendolo a queste ultime sagge riflessioni:
“In ultima analisi, uno psicoanalista fa le stesse affermazioni di un capo religioso, e sono ugualmente false. Nella mia esperienza, la psicoanalisi richiedeva una fedeltà incondizionata, la condivisione cieca di una «sapienza» non soggetta ad esame critico. Tutte le varianti del «perché lo dico io», o perché lo dice il Corano, o perché lo dice la Bibbia, o le Upanisad, o Freud, o Marx, sono semplicemente modi diversi di soffocare il dissenso intellettuale. Alla fine non possono soddisfare la mente che s’interroga o far tacere i dubbi che sorgono inevitabilmente quando la mente si trova di fronte ad affermazioni dogmatiche sul comportamento umano. [...] Ciò che cercavo, e ciò che la psicoanalisi promette, non può, in realtà, essere dato da un’altra persona, non può essere trovato in una teoria, o in una professione, a prescindere dalla bontà delle sue intenzioni.”

Un ringraziamento speciale va a Marco che mi fece conoscere questo libro e che, con la sua immense conoscenze ed intelligenza, mi ha aiutato moltissimo a divenire ciò che sono ora.

In conclusione, per quanto si possa cercare di convincersi del contrario, quello che è importante sapere è che “non esistono esperti in amore, studiosi del vivere, dottori delle emozioni o guru dell’anima”.