Archive for the ‘Novel’ Category

 

So che qui è da un po’ che non ci si fa sentire. Alcuni problemi di cui vi avevo parlato me li sono finalmente lasciati alle spalle. Adesso ho un nuovo mac (tanto per informare, se qualcuno me lo volesse rubare di nuovo mi dia almeno il tempo di cominciare a pagarlo), un blog rinato, dei libri interessanti di cui parlare e un anniversario da celebrare.

 

Ebbene sì, anche se non mi par vero domani Parole in LiBerTà festeggerà i suoi primi due anni di vita. Ne è passato parecchio di tempo da quel 21 maggio 2006 in cui questo spazio è emerso dal “buio” di Arthur Koestler e devo ammettere che non avrei mai scommesso di essere ancora qui dopo un biennio.

 

Magari a chi è scaramantico potrebbe sembrare fuori luogo festeggiare in anticipo, ma oggi sulla scaramanzia ci ridiamo sopra, come penso farebbero i due illustri uomini di scienza di cui volevo parlarvi.

 

Il primo, ma non in ordine di importanza, è Alexander von Humboldt. Nato in una famiglia agiata, dimostra già da piccolo di non gradire molto le frivolezze della vita mondana e così appena possibile parte per esplorare il Sud America.

Diventerà un famoso viaggiatore e a lui si dovranno innumerevoli scoperte che spaziano dalla botanica alla mineralogia passando per la geografia. Uomo tutto d’un pezzo, capace di vivere in mezzo al fango e di mostrare una sensibilità per i più deboli ancora sconosciuta ai suoi tempi. Ma anche uomo terribilmente ingenuo e terrorizzato dall’avere rapporti coll’altro sesso.

 

Il secondo, forse più famoso, è Carl Friedrich Gauss, il “principe dei matematici”. Nato in una famiglia poverissima, si dimostra da subito un genio straordinario. “A lungo era stato dell’idea che le persone si comportano secondo un rituale che le obbliga a parlare o ad agire solo dopo una breve pausa. A poco a poco si rese conto che le persone avevano bisogno di quelle pause. Perché erano così lente, facevano così tanta fatica e avevano tutte quelle difficoltà nel pensare?” Semplicemente perché Gauss era troppo veloce per tutti gli altri. Non a caso, infatti, ha influenzato in modo determinante campi come la fisica, la matematica e l’astronomia.

Come ogni buon genio che si rispetti aveva i suoi ovvi problemucci nelle relazioni interpersonali. E, in più, ha passato la vita con in testa una vera e propria ossessione. “È bizzarro e ingiusto il fatto che si nasce in una determinata epoca e, volenti o nolenti, vi si resta imprigionati: un esempio calzante della penosa accidentalità dell’esistenza. Così uno ha un vantaggio spropositato rispetto al passato e diventa lo zimbello del futuro”.

Neanche Gauss avrebbe potuto credere a quanto sia vera al giorno d’oggi questa affermazione.

 

Ma è ora di arrivare al punto. Che cosa accomuna questi due uomini, oltre al fatto di essere tedeschi e di vivere nello stessa epoca? Semplicemente la volontà di scoprire e spiegare il mondo. O almeno la pensa così Daniel Kehlmann, un giovane scrittore tedesco che li ha resi protagonisti del suo romanzo “La misura del mondo”.

 

Con una scrittura leggera e un’ironia divertente che a tratti confina nello spassoso, Kehlmann ripercorre la vita di questi due personaggi e poi decide di farli incontrare una volta diventati vecchi. Ne nascono tanto degli sketch quasi esilaranti quanto dei discorsi estremamente interessanti. Soprattutto nasce un continuo “scontro” sul chi dei due sia più uomo di scienza dell’altro.

“Ah, esclamò Humboldt, e cos’era allora la scienza?

Gauss Tirò dalla pipa. Un uomo da solo seduto alla sua scrivania. Un foglio di carta, tutt’al più un cannocchiale davanti alla finestra con un cielo terso. E quest’uomo che non si arrende fino a quando non capisce. Forse quella era scienza.

E se quell’uomo si metteva in viaggio?

Gauss fece spallucce. Quello che si nasconde lontano, nei buchi, nei vulcani o nelle miniere è puro caso, non conta. Non avrebbe contribuito a rendere più chiaro il mondo”.

 

Devo ammettere che la scelta di parlare di questo libro proprio in occasione del biennale del blog non è stata casuale. Nonostante si tratti di un libro recente e magari non famosissimo, racchiude, con una semplicità disarmante, un po’ tutti i temi che hanno caratterizzato i post di questi due anni. La scienza, i problemi della società, la religione (di cui per una volta ho volutamente taciuto perché non sempre è buona cosa attirarsi le ire divine), la volontà di conoscere e capire il mondo.

 

Senza dimenticare il relativismo. Infatti, se da un lato “niente di ciò che qualcuno ha misurato una volta potrà mai più essere come prima”, dall’altro lato non bisogna dimenticare che “volendo il mondo può essere misurato, ma questo non significa affatto che ci si capisca qualcosa”. 

Q

February 6th, 2008 3 Comments

Uno scenario: l’Europa subito dopo le tesi di Lutero e la nascita del Protestantesimo. Guerre tra nobili, rivolte di poveri, ma soprattutto una spietata guerra spirituale per il controllo delle anime e della verità.

Un uomo. Molti nomi e molte battaglie. Quello che deve fare.

Un nemico infido ed enigmatico, Quolet, il cui l’obiettivo è mantenere l’ordine secolare. “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo. Al centro il Papa, l’Imperatore, i cardinali e i principi d’Europa. Ai margini, gli agenti discreti e invisibili, che fanno capolino dietro le tiare e le corone, ma che in realtà reggono l’intera geometria del quadro, lo riempiono e, senza lasciarsi scorgere, consentono a quelle teste di occuparne il centro”.

Molti conflitti, una sola lotta. Un solo ideale. La libertà di credere e leggere da sé le Scritture.
“All’uscita da una chiesa ho incontrato un bambino di cinque anni e gli ho domandato chi fosse Gesù. Sapete cosa mi ha risposto? Una statua”. “Per i papisti questa è la fede! Prima imparare a venerare e ubbidire, poi capire e credere!”… “A vent’anni credevo che Lutero ci avesse regalato una speranza. Non ci ho messo molto a capire che l’aveva subito rivenduta ai potenti. Il vecchio frate ci ha sbarazzati del Papa e dei vescovi, ma ci ha condennato a espiare il peccato in solitudine, ficcandoci un prete dentro l’anima”.
Da qui nasce la speranza di pochi di creare un mondo migliore per molti. “Noi vogliamo Redenzione! Noi vogliamo libertà e giustizia per tutti! Noi vogliamo leggere liberamente la parola del Signore e liberamente scegliere chi deve parlarci e chi rappresentarci in Consiglio!”.
Sono tanti i profeti che si succedono in questo compito e il protagonista/narratore è sempre al loro fianco a lottare perché anche i pezzenti abbiamo la loro dignità.

Un autore, Luther Blissett, che non esiste. Uno pseudonimo che riunisce quattro persone diverse. Un progetto che va avanti da tempo.

Questi sono i principali ingredienti che compongono Q, romanzo storico che si basa su fatti realmente accaduti. Nonostante la difficoltà dei temi trattati, il merito che va dato agli autori è quello di aver creato un libro che è la giusta via di mezzo tra un best seller di facile lettura dal ritmo mozzafiato e un romanzo intenso ed impegnato che fa riflettere su ciò che accade ai giorni nostri. Un libro che può accontentare un po’ tutti i palati. E forse è proprio questo il segreto della sua fama, insieme ad una cura scrupolosa dei dialoghi, in cui il linguaggio è sempre adatto al personaggio che lo proferisce e al suo ruolo. Il che rende tutto più realistico.

E tanto per restare in tema di realismo, il destino delle rivolte dei poveri è abbastanza scontato ed è tutto nelle parole di un vecchio mercenario. “Te lo dico io signorino, questa è stata la più merdosa di tutte le guerre merdose che ‘sto unico occhio buono ha visto. Soldi, compare, solo soldi e gli affari con quei porci di Roma. I vescovi con tutte quelle baldracche e figli da mantenere! Grana, te lo dico io, che i principi, i duchi, quei fottuti, non pensano ad altro. Prima gli tolgono tutto, ai bifolchi, e poi ci mandano noi a bastonare quelli che si incazzano. Forse sono troppo vecchio per queste stronzate. Rotti in culo! Ma a ‘sto giro c’erano da voltare i cannoni contro i principi e i leccamerda del Papa, avevano tirato fuori i coglioni, gli zappaterra: bruciavano i castelli con tutto quel ben di Dio, inculavano le contesse, sbudellavano i preti vaffanculo! Oh, parlavano sempre di Dio ma spaccavano tutto, quasi quasi ci stavo anch’io, ma poi lo sapevo come andava a finire, non c’è fortuna per i pezzenti”.

Infatti, il protagonista di tutte le vicende è proprio “l’ultimo sopravvissuto di una razza senza fortuna, un popolo che la storia ha voluto sterminare”. “È destino ch’io debba sopravvivere, sempre, per continuare a vivere nella sconfitta, consumarla poco alla volta”.
Ma la resa non è totale e definitiva, non si spegne mai l’ultima fiammella di speranza. “Nessun prezzo può saldare il conto, non si paga mai abbastanza e non esiste rifugio sicuro. C’è una partita che vuole essere chiusa; se deve essere fino alla fine che sia”.

Never give up

L’uomo duplicato

December 23rd, 2007 No Comments

Dato che viviamo nel paese del perbenismo, dove per risultare adeguati è necessario sembrare perbene e dire cose perbene (pena la “scomunica”, si veda il caso Luttazzi), oggi vi parlerò di un personaggio perbene.

“L’uomo che è appena entrato nel negozio per noleggiare una videocassetta ha nella sua carta d’identità un nome tutt’altro che comune, di un sapore classico che il tempo ha reso stantio, niente di meno che Tertuliano Maximo Afonso. È professore di Storia in una scuola media, e la videocassetta gli era stata suggerita da un collega di lavoro che tuttavia non si era dimenticato di preavvisare, Non che si tratti di un capolavoro del cinema, ma potrà intrattenerla per un’ora e mezza. In verità, Tertuliano Maximo Afonso ha un gran bisogno di stimoli che lo distraggano, vive da solo e si annoia, o, per dirla con la precisione clinica che l’attualità richiede, si è arreso alla temporanea debolezza d’animo comunemente nota come depressione”.
Maximo Afonso (perché lui preferisce essere chiamato così) non si aspetta minimamente cosa si nasconda in quella videocassetta. La sorpresa che José Saramago ha in serbo per il protagonista del suo romanzo “L’uomo duplicato” è “la tremebonda rivelazione che è stata per lui l’esistenza, forse proprio in questa città, di un uomo che, a giudicare dalla faccia e dall’aspetto in generale, è il suo ritratto vivente”.
E che sarà mai, penserete voi, non è mica impossibile trovare qualcuno che ci somiglia molto. Ma per Maximo Afonso non è proprio così. Lo shock di scoprire che uno degli attori secondari del film è identico a lui è enorme. “Si abbandonò sul divano, non sulla sedia, dove non ci sarebbe stato abbastanza spazio per sostenere il crollo fisico e morale del suo corpo, e lì, stringendosi il capo tra le mani, coi nervi esausti, lo stomaco in subbuglio, si sforzò di riordinare i pensieri, districandoli dal caos di emozioni che si erano accumulate”.
Lo sconvolgimento è talmente grande che Tertuliano non riesce a lasciarsi questa scoperta alle spalle e decide di improvvisarsi investigatore privato per andare alla ricerca dell’identità del suo duplicato. Non sa nemmeno lui perché, a quale scopo andare a fondo in questa faccenda. Il buon vecchio senso comune lo avvisa, evidenzia i rischi che correrà, gli intima di lasciar perdere, ma niente da fare. “Continuo a pensare che dovresti smetterla con questa maledetta storia di sosia, gemelli e duplicati, Forse dovrei, ma non ci riesco, è più forte di me, Ho l’impressione che hai messo in moto una macchina trituratrice che ti viene incontro, ha avvisato il senso comune, Che farò, allora, Questo non lo so, non è di mia competenza, il ruolo del senso comune nella storia della vostra specie umana non è mai andato al di là del consigliare cautela e piedi di piombo, principalmente nei casi in cui la stupidità ha già preso la parola e minaccia di prendere le redini dell’azione”.
Qui mi fermo. Quello che Tertuliano Maximo Afonso deciderà di fare lo lascio scoprire a voi.

L’autore del libro, Saramago, non necessita di presentazioni, ho già parlato di quelle che secondo me sono le sue due opere più belle. Questo romanzo, pur non essendo magari il più bello o il più importante tra le opere del premio nobel portoghese, è di sicuro il mio preferito. I dialoghi tra il protagonista e il senso comune sono delle perle incredibili. Ne “L’uomo duplicato”, forse più che negli altri suoi romanzi, lo svisceramento dei personaggi dimostra come Saramago sia in grado di capire l’umanità e di essere in grado di narrarla meglio di tutti, o quasi, gli esperti psicologi, sociologi, filosofi e tuttologi dei nostri giorni.

E visto che tra pochissimo è Natale (anche se io ancora non me ne sono accorto), vi lascio come regalo un po’ di citazioni prese qua e là nel libro, fate voi le considerazioni che volete, io getto il sasso e nascondo la mano.

- “L’unica cosa che dura per tutta la vita è la vita, il resto è sempre precario, instabile, fugace, il tempo mi ha insegnato questa grande verità”.

- “È noto a tutti, però, che l’enorme carico di tradizioni, abitudini e costumi che occupa la maggior parte del nostro cervello zavorra impietosamente le idee più brillanti e innovative di cui la parte restante ancora sia capace, e se è vero che in alcuni casi questo carico riesce a equilibrare sregolatezze e indiscipline dell’immaginazione che Dio sa dove ci condurrebbero se fossero lasciate in libertà, non è men vero che tale carico possiede, spesso, le arti di sottomettere sottilmente a inconsapevoli tropismi ciò che credevamo fosse la nostra libertà di agire, come una pianta che non sa perché dovrà inclinarsi sempre verso il lato da cui proviene la luce”.

- “Credo di sapere che i nostri antenati hanno cominciato ad essere abbastanza intelligenti per avere delle idee solo dopo aver avuto quelle idee che li resero intelligenti”.

- “Allora io ti dico che il senso comune si esprime da maschilista nel suo significato più rigoroso, Non è colpa mia, mi hanno fatto così, Non è una buona scusa per chi nella vita non fa altro che dare consigli e opinioni, Non sempre sbaglio, Questa subitanea modestia ti sta bene, Sarei migliore di quello che sono, più efficiente, più utile, se mi aiutaste, Chi, Voi tutti, uomini, donne, il senso comune non è altro che una forma di media aritmetica che sale o scende secondo la marea, Prevedibile, dunque, Effettivamente, sono la più prevedibile di tutte le cose che ci siano al mondo”.

- “Si può cambiare da un’ora all’altra pur continuando a essere se stessi”.

P.S.: a chi vive qui nella zona del trevigiano e voglia farsi prendere dalla psicosi che attualmente divampa nel territorio consiglio di leggersi “Cecità”.

P.P.S.: TANTI AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI!

Neve

November 29th, 2007 No Comments

Mi dispiace ma questo mese proprio non ce la faccio, non riesco a trovare neanche un briciolo di voglia di fare un nuovo post. Ho temporeggiato quasi fino alla fine del mese, ma niente da fare. Rinuncio anche all’obiettivo minimo di un post mensile che mi ero prefissato. Il nuovo obiettivo minimo sarà stabilire un nuovo obiettivo minimo. Così almeno per un po’ posso prendere in giro la mia coscienza.

Comunque, già che ci sono un libro ve lo consiglio lo stesso. “Neve” di Orhan Pamuk.
Magari vi può sembrare un po’ prematuro parlare di neve, ma può essere un buon momento per parlare di Pamuk. Premio Nobel per la letteratura 2006, e non a caso direi, il caro Orhan è uno che ha delle cose da dire e che attraverso i suoi romanzi (anche se ne ho letto solo uno oggi mi va di generalizzare) riesce a trattare una miriade di temi mescolandoli insieme senza mai risultare né pesante ne confusionario.

La neve fa da sfondo a tutto il romanzo e ricopre completamente la piccola città turca di Kars fino a farne un luogo a sé separato dal resto del mondo. Qui si trova bloccato Ka, un poeta di origine turca da anni esule in Germania, arrivato nella cittadina con l’intento di fare un reportage sul suicidio di alcune ragazze a cui è stato impedito di entrare all’università a causa del loro rifiuto a togliere il velo.

A partire da questo fatto di cronaca ci si ritrova nel pieno di una guerra tra religione e laicità dello stato, combattuta sia con le armi della dialettica sia con quelle da fuoco, come ogni conflitto che si rispetti. Guerra che fa apparire quasi ridicoli e irrilevanti i problemi che abbiamo in Italia con la chiesa cattolica (con buona pace di Metilparaben, con il quale per altro mi trovo quasi sempre in pieno accordo). Guerra che si può riassumere nella domanda: “è più importante l’ordine dello Stato o quello di Allah?”. Domanda a cui sembra che in Turchia non sia proprio facile rispondere.

Ma non ci si ferma ovviamente qui. Quello che ne nasce è un continuo confronto tra mondo occidentale e mondo islamico, che per quanto si possano avvicinare restano sempre separati da dei solchi che paiono insuperabili. “- Capisco dalla sua faccia che vuole raccontare quanto siamo poveri, quanto siamo diversi dalle persone che leggono i suoi romanzi. E non vorrei che mi mettesse in un romanzo del genere. – Perché? – Perché non mi conosce! Anche se lei mi conoscesse e riuscisse a raccontarmi così come sono, i suoi lettori occidentali potrebbero solo compatire la mia miseria, e non sarebbero in grado di vedere la mia vita. Non vorrei essere descritto come uno per cui riderebbero e proverebbero pena, se non disprezzo”.

Al di là di tutti questi temi, Pamuk si sofferma soprattutto nell’indagare il mondo interiore del suo amico Ka (ma non ve ne svelerò le ragioni), a partire dalla ritrovata vena poetica fino alla scoperta di una propria spiritualità, passando per la cronica infelicità e per l’amore per la bella Ipek.
Vi lascio con quest’ultimo brano. “Forse siamo arrivati al cuore della nostra storia. Quanto è possibile capire il dolore, l’amore di un altro? Fino a che punto possiamo capire coloro che vivono tra dolori, frustrazioni e angosce più profonde delle nostre? Se capire significa mettersi al posto di colui che è diverso da noi, i ricchi e i dominatori del mondo hanno mai potuto capire milioni di miseri emarginati? Fino a che punto il romanziere Orhan può scorgere il buio nella vita difficile e dolorosa del suo amico poeta?”.

Magari non si potrà capire tutto, ma forse qualche volta vale la pena provarci lo stesso.

L’uomo senza qualità

September 13th, 2007 No Comments

Era da tanto che aspettavo questo momento. Da più di sei mesi. Ossia da quando ho iniziato a leggere “L’uomo senza qualità”, un capolavoro che si annuncia già nelle prime righe. Bramavo di poterne parlare. Ed ora finalmente eccoci qui.

Scritto da Musil a partire dagli anni venti, ma ambientato prima della grande guerra, “L’uomo senza qualità” rappresenta uno spaccato non solo della Vienna, ma di tutta l’Europa di inizio Novecento con le sue contraddizioni sociali, gli sconvolgimenti della morale, le nuove teorie e scoperte scientifiche, i problemi politici. Il tutto amalgamato alla perfezione dalla penna sopraffina di Musil, che è riuscito a creare un romanzo che non teme confronti con i migliori classici della letteratura mondiale.
Anzi, vi dirò di più. Senza esagerare, io non mai letto un libro del genere, semplicemente straordinario, mi mancano le parole per descriverlo. Posso solo dire che in ogni pagina si trova almeno una frase di quelle da tenere a mente, da fare l’orecchio alla pagina, da annotarsi nel proprio quadernetto per tirarla fuori nelle occasioni che contano. E le pagine sono quasi 1200 (contando gli “abbozzi e frammenti” si arriva a 2000, ma io non ho ancora avuto la forza). Ovviamente questo inficia la facilità di lettura. Non si tratta infatti di un libro semplice, si fa fatica ad andare avanti, si fa fatica a trovare la voglia di prenderlo in mano e aprirlo. Tuttavia, una volta che lo sguardo comincia a scorrere tra le parole, Musil fa di tutto per lasciare il lettore stupefatto e per strappargli un sorriso di divertita soddisfazione.

Purtroppo l’autore è morto prima di finire l’opera a cui ha lavorato per buona parte della sua vita. Non c’è quindi modo di arrivare a scoprire come si concludono le avventure di Ulrich, il protagonista indiscusso a cui si riferisce il titolo. Uomo sprovvisto di particolari capacità e dalla volontà necessaria per vivere il suo tempo, Ulrich ritiene “addirittura di esser nato con una vocazione per cui al giorno d’oggi non v’era meta”. Ma, in realtà, trasportato ai giorni, è l’esempio dell’uomo che quando ha un occasione per cazzeggiare non la spreca. Difficile da immaginare, no?

Ci sarebbero molte altre cose da dire su quest’opera strepitosa di Musil, avevo preparato talmente tante citazioni da riempire per mesi le pagine di questo blog. Tuttavia, ho deciso di non svelare i misteri dell’uomo senza qualità e mi limito a lasciarvi con le prime righe del romanzo che secondo me parlano da sole.

“Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isòtere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913”.

A questo punto sta a voi decidere di continuare. Vi avviso solo che non sarà un’impresa facile, vi servirà una buona dose d’impegno e un pizzico di forza di volontà. Ma non provarci sarebbe un po’ come andare a Parigi e non vedere la Torre Eiffel. Au revoir.

Anche se ho fatto pochi giorni fa un nuovo post, ne aggiungo un altro in extremis solo per poter gioire tra me e me non vedendo per una volta il numero 1 accanto ai mesi nell’archivio del blog.

Oggi lascio da parte uno dei tanti saggi di cui parlerei volentieri per tornare ad occuparmi di una lettura più easy, “Aspettando i barbari” di J.M. Coetzee, che ben si presta ad essere un romanzo da leggere sdraiati in spiaggia. Non tanto per i temi trattati, che si potrebbero definire come un incrocio tra “Il deserto dei tartari” di Buzzati ed un qualsiasi telegiornale (con un po’ fantasia si può includere anche Studio Aperto), quanto piuttosto per la scrittura pulita di Coetzee, che, coadiuvata dall’uso della prima persona, permette di catapultarsi a piè pari dentro la storia e di venirne presto inghiottiti.

Forse vi starete chiedendo perché prima ho tirato fuori il telegiornale. Beh, è abbastanza semplice. Come si può evincere dal titolo, il leit motiv di “Aspettando i barbari” è quello dell’integrazione, o meglio dello scontro, razziale. Argomento che riempie in vario modo i minuti dei nostri telegiornali. Tra allarmi terroristici, sbarchi a Lampedusa, islamici e cinesi che ci “colonizzano”, ladri, stupratori, spacciatori e puttane tutti rigorosamente extracomunitari, sarebbe facilissimo ora ricadere nel dire qualche banalità. Per cui cercherò di esprimermi soprattutto attraverso le parole di Coetzee astenendomi per quanto possibile da stupidi commenti.

Cominciamo dal protagonista attraverso i cui occhi si vivono le vicende narrate. “Sono un magistrato, un funzionario responsabile al servizio dell’Impero; faccio il mio lavoro in questo pigro territorio di frontiera e aspetto di andare in pensione. […] Per il resto guardo l’alba e il tramonto, mangio e dormo, e mi accontento. […] Ma l’anno scorso dalla capitale sono cominciate ad arrivare voci di tumulti tra i barbari. […] L’Impero doveva prendere le dovute misure perché certamente ci sarebbe stata la guerra”.

Ed è così che nel piccolo avamposto di frontiera arrivano i militari comandati dal colonnello Joll che non disdegna di certo l’uso di metodi parecchio crudi per il raggiungimento dei suoi obiettivi. La tranquilla routine quotidiana non può non venire intaccata da tutto ciò. “Se solo fossi andato via senza preoccuparmi di indagare sul significato della parola investigazione, su che cosa ci fosse sotto. […] Ma è sapere quanto sia contingente il mio disagio, quanto dipenda da un bambino che un giorno piange sotto la mia finestra e il giorno dopo non piange più, è questo che mi riempie di vergogna, che mi rende indifferente all’annientamento. So troppo. E da questo sapere, una volta che ne sei contagiato, non c’è scampo”.

Il magistrato decide così di agire, di mettersi contro i militari del suo Impero ed opporsi alle torture subite dai prigionieri barbari. “Quei poveri prigionieri che ha trascinato qui… sono loro il nemico che devo temere? È questo che mi sta dicendo? Lei è il nemico colonnello. Lei ha cominciato la guerra, lei ha dato loro tutti i martiri di cui avevano bisogno”.
Ma il protagonista fatica a trovare degli alleati. Infatti, quando si vive attanagliati dalla paura dell’invasione barbarica, è difficile mettersi contro il pensiero della maggioranza. Dopotutto, “come si fa a sradicare il disprezzo, soprattutto se è fondato su particolari insignificanti come il diverso modo di stare a tavola o una differenza nella forma della palpebra?”.

Inutile dire che il vecchio magistrato si ritrova ad essere sbattuto dietro le sbarre dagli stessi membri dell’Impero di cui era rappresentante. La prigione ne intacca il corpo e lo spirito. “Quando sono entrato in cella ero un uomo equilibrato […]; ma ora, dopo due mesi in compagnia degli scarafaggi e senza nient’altro da vedere se non quattro pareti e un’enigmatica macchia di fuliggine, con nessun altro odore se non il fetore del mio corpo, nessuno con cui parlare se non in sogno con un fantasma dalla labbra sigillate, ora sono molto meno sicuro di me”.
Ora è meglio che mi fermi prima di dire troppo. Spero solo di essere riuscito ad evidenziare i parallelismi con la situazione che stiamo vivendo oggi. Comunque, nonostante gli allarmi che risuonano da più parti, “nel profondo di ognuno di noi dev’esserci qualcosa di granitico, immodificabile. Nessuno crede davvero, malgrado l’agitazione delle strade, che il mondo di tranquille certezze nel quale siamo nati stia per crollare”. Chissà se sarà vero.

Al mese prossimo.

La vita è altrove

April 23rd, 2007 No Comments

Eccoci arrivati all’ultimo, ma non per importanza, dei libri vincitori della tornata elettorale. Finalmente è giunto il momento di parlare di Milan Kundera. In molti lo ricorderanno per aver scritto “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, romanzo che racconta una storia d’amore con la limpidezza e il cinismo propri di chi decide di ancorarsi al mondo reale senza lasciare spazio alle fantasiose banalità in cui si rischia di incorrere quando si mettono in scena i sentimenti umani.

I sentimenti e le emozioni sono anche il tema ricorrente dell’opera di cui mi accingo a parlare, “La vita è altrove”. Kundera stesso l’ha definito “il romanzo della rivoluzione europea in quanto tale, condensata”. Questa frase, riportata nel retro di copertina, mi ha incuriosito abbastanza da spingermi a leggere questo libro (e devo dire che ovviamente ne vale la pena). Se questo a voi non bastasse, vi aggiungo le ragioni che hanno spinto l’autore a scrivere “La vita è altrove”. “Quando un boia uccide, la cosa in fin dei conti è normale; ma quando un poeta accompagna l’esecuzione col suo canto, l’intero sistema di valori che noi consideriamo sacrosanto viene d’un colpo scardinato… Io vedevo davanti a me un mondo di valori traballanti e nella mia mente, con gli anni, prese gradatamente forma la figura di Jaromil, con sua madre e i suoi amori”.

Jaromil è il protagonista di questa vicende ambientate prima e dopo la rivoluzione che ha comportato l’imposizione del regime comunista in Cecoslovacchia. Tale situazione storica funge da fondamenta in cui Kundera erige il suo laboratorio antropologico con lo scopo di cercare soluzione alla domanda: “Che cos’è l’esistenza umana?”. La vita di Jaromil è il percorso che l’autore sceglie per affrontare la questione.
Dal momento del suo concepimento Jaromil diviene oggetto di tutte le speranze e aspirazioni della madre che lo ricopre di un affetto quantomeno eccessivo (nel senso che quando è troppo non si potrà mai essere ricambiati a sufficienza). Già da piccolo il protagonista si sente diverso dagli altri bambini e chiuso nella sua cameretta si dedica a dipingere corpi umani con teste di cane. L’incontro con un pittore fa definitivamente esplodere in Jaromil la passione per l’arte e la vista delle grazie femminili dal buco della serratura lo spinge a comporre la sua prima lirica. Ben presto il numero di poesie da lui composte aumenta con progressione quasi costante. Alla madre, “quando ebbe letto alcune volte le poesie, salirono agli occhi lacrime di ammirazione, perché quei versi le sembravano incomprensibili e pensò dunque che in essi c’era più di quanto lei potesse capire e che quindi lei era madre di un ragazzo prodigio”. L’atteggiamento della madre, sottolineato con una buona dose di ironia da Kundera, spinge il protagonista a “nutrire la ferma e tranquilla certezza di portare in sé, nonostante il suo aspetto insignificante (e la sua vita insignificante), una ricchezza eccezionale; oppure in altri termini: la certezza di essere un eletto”.

Con l’avvento della rivoluzione è proprio tale certezza di far parte di una ristretta cerchia di persone al di sopra della massa che lo convince a partecipare alla rivolta e ad usare le proprie capacità poetiche per guidare il popolo. La poesia è ormai divenuta “arte della propaganda e degli slogan dipinti sugli striscioni e sui muri delle città” e Jaromil si prodiga nel formularne sempre di nuovi. La sua adesione alla causa rivoluzionaria è talmente profonda da spingerlo a comportarsi da integralista fanatico anche con la donna amata. “Tu devi stare dalla mia parte, e non in mezzo. E se stai dalla mia parte devi fare quello che faccio io, volere quello che voglio io. Per me il destino della rivoluzione è il mio stesso destino. Se qualcuno agisce contro la rivoluzione agisce contro me stesso. E se i miei nemici non sono i tuoi nemici, anche tu sei mia nemica”.

Il pensiero di Jaromil è estremo, come estremo è il suo modo di vivere le emozioni. Ma forse questo è ciò che rende poeti. “La poesia lirica è un territorio in cui ogni affermazione diventa verità. Il poeta lirico ieri ha detto: la vita è vana come il pianto, oggi dice: la vita è allegra come una risata, e ha ragione ogni volta. Oggi dice: tutto finisce e sprofonda nel silenzio, domani dirà: nulla finisce e tutto risuona eternamente, e tutt’e due le cose sono vere. Il poeta lirico non deve dimostrare nulla; l’unica prova è l’intensità della sua emozione”.

Di emozioni tornerò a parlare, magari in modo un po’ inusuale, nel prossimo post. Ora vi lascio con un’ultima frase. Io sto ancora pensando cosa voglia dire, se qualcuno ha dei suggerimenti sono qui.
“Solo il vero poeta sa che cosa sia l’immenso desiderio di non essere poeta, il desiderio di abbandonare la casa degli specchi in cui regna un silenzio assordante”.

Spero che abbiate finito di leggere “Cristo si è fermato ad Eboli” perché è arrivato il momento di occuparsi (e devo ammettere, con un pizzico di vergogna, in considerevole ritardo) del secondo vincitore della tornata elettorale, ossia “La svastica sul sole”, romanzo capolavoro dello scrittore di fantascienza Philip K. Dick.

Premessa. Dick è uno scrittore visionario, ma non perché si immagina mondi irreali, alieni, robot e quant’altro. Semplicemente, si inventa una situazione decisamente assurda e paradossale e la porta avanti con una logica ineccepibile che non può non strappare un sorriso. In questo si può accomunare un po’ a Saramago, anche se la scrittura di Dick è molto più semplice, meno arzigogolata e più attenta a non divagare.

Ne “La svastica sul sole”, il cui titolo originale è “The man in the high castle” (ovviamente la traduzione italiana è strettamente letterale), Dick si immagina un mondo dove Germania e Giappone sono uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale. Anche gli Stati Uniti, “dominatori” nel mondo reale post-bellico, si ritrovano nel romanzo di Dick schiavi di queste due superpotenze e divisi a metà. La costa atlantica in mano al Reich, la costa pacifica all’impero del Sol Levante.
Questo è lo scenario in cui si collocano i diversi personaggi di questo romanzo. La narrazione procede a singhiozzo, la visuale salta da un personaggio all’altro apparentemente senza uno senso preciso. Si mischiano così le vicende di Childan, un antiquario, di Frink, un artigiano ebreo, e della sua ex-moglie Juliana, una maestra di judo, di Tagomi, un pezzo grosso giapponese, e di Baynes, un finto uomo d’affari. Ciò che accomuna questi personaggi è l’essere inseriti in un mondo caratterizzato dal ricorso alla violenza, con la quale i protagonisti sono costretti a convivere in modo ambivalente. Ad esempio, “per salvare una vita, il signor Tagomi ha dovuto prenderne due. La mente logica, equilibrata, non può trovare un senso, in questo. Un uomo mite come il signor Tagomi potrebbe impazzire per le implicazioni di una simile realtà”.

Ma non è solo la violenza fatta e subita a fare da collante tra le varie vicende. Il vero leit motiv di questa storia è un romanzo. Si tratta di un libro proibito nelle terre del Reich, La cavalletta non si alzerà più, in cui si immagina un mondo parallelo in cui le forze dell’Asse sono state sconfitte dai soldati Alleati.. Ma nel mondo immaginario di Dick questo non è che un best-seller di fantascienza, un racconto nel racconto. La realtà de “La Svastica sul sole” è ben diversa e viene ben colta da Baynes. “è un mondo psicotico quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?”

Ma qual è questa verità? Nel mondo parallelo creato da Dick ciò che è vero assume un carattere relativo e non sempre è distinguibile dalla finzione. Ne risulta un romanzo che offre diversi livelli di lettura. Va bene sia per chi cerca un romanzo poco impegnativo, sia per chi ama andare a caccia di riferimenti letterari, sia per chi cerca un libro in cui poter trovare riflessioni profonde sulle condizioni dell’uomo, che ben si riassumono in queste frasi: “quello che non comprendono [i nazisti] è l’impotenza dell’uomo. Io sono debole, piccolo, senza la minima importanza per l’universo. L’universo non si accorge di me, e io vivo senza essere visto. Ma perché questo deve essere un male? Non è meglio così? Gli dei distruggono coloro di cui si accorgono. Se sei piccolo potrai scampare alla gelosia di chi è grande”.

Dopo aver dato a chi legge questa pagina la possibilità di scegliere, da oggi si torna a parlare di libri. Dato che, escluso il povero Dostoevskij, tutte le altre proposte hanno ricevuto un voto saranno tutte oggetto di post. Oggi si parte con “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi.

Tanto per cominciare immaginatevi di trascorrere un capodanno così:
“Arrivammo alla fine dell’anno. Volli attendere la mezzanotte, secondo l’usanza. Ero solo, nella mia cucina. Avevo un bicchiere di vino, ma a che cosa avrei potuto brindare? Il mio orologio si era fermato, e nessun rintocco di fuori poteva giungermi e indicarmi il passare del tempo, dove il tempo non scorre. Così finì, in un momento indeterminato, l’anno 1935, quest’anno fastidioso, pieno di noia legittima, e cominciò il 1936, identico al precedente, e a tutti quelli che sono venuti prima, e che verranno poi, nel loro indifferente corso disumano”.
Mi rendo conto che non è una proposta allettante, ma è esemplificativa della vita di Carlo Levi a Gagliano, un piccolo paesino sui monti della Lucania, ora Basilicata. A questo punto la domanda é: cosa ci fa un medico, pittore e letterato del Nord Italia tra i monti lucani? La risposta è che è stato mandato in confino a causa delle sue idee in contrasto col regime fascista.

è bastato allontanarlo di qualche centinaio di chilometri dalla sua Torino perché Levi si ritrovi in un mondo “antico”, dove il tempo non scorre ormai da qualche centinaio di anni, dove religione cattolica e magia convivono, dove le tradizioni e la quotidianità sono più importanti dello Stato, del regime, della guerra in Africa e di tutto quello che succede al di là dei monti. Agli abitanti di questa terra “non importano i motivi che ti hanno spinto, né la politica, né le leggi, né le illusioni della ragione. Non c’è ragione né cause ed effetti, ma soltanto un cattivo Destino, una Volontà che vuole il male, che è il potere magico delle cose. Lo Stato è una delle forme di questo destino, come il vento che brucia i raccolti e la febbre che ci rode il sangue. La vita non può che essere, verso la sorte, che pazienza e silenzio. A che cosa valgono le parole? E che cosa si può fare? Niente”.
è proprio questa rassegnazione che contraddistingue i contadini di Gagliano. Cosa fare per non morire di malaria? Niente. Cosa fare per non vivere nella più totale miseria? Niente. Cosa fare per non dover pagare in tasse tutto ciò che si guadagna rompendosi la schiena sui campi? Niente.
Da questa rassegnazione viene ben presto contagiato anche Levi. Rassegnato per non poter fare abbastanza per i contadini, rassegnato per l’ottusità del podestà, rassegnato per il tempo immobile che fa sì che i giorni si ripetano sempre uguali. “Guardavo così, senza più vedere nulla di determinato, in quell’aria grigia e in quel vento: mi pareva di aver perso ogni senso, di essere uscito dal tempo, di essere tutto avvolto da un mare di passiva eternità, da cui non sarei potuto uscire”.

Tuttavia c’è una differenza tra l’autore e i poveri contadini di Gagliano. Il primo sa che prima o poi riuscirà ad andarsene da quel mondo, mentre i secondi non ne avranno mai la possibilità. Ed è proprio qui che nasce la “questione meridionale”, la differenza abissale tra Nord e Sud che secondo molti ancora esiste, seppur attenuata rispetto alla situazione del 1935. Ma “non può essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato. Fra lo statalismo fascista, lo statalismo liberale, lo statalismo socialistico, e tutte quelle altre future forme di statalismo che in paese piccolo-borghese come il nostro cercheranno di sorgere, e l’antistatalismo dei contadini, c’è, e ci sarà sempre, un abisso; e si potrà cercare di colmarlo solo quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte”. Infatti, quest’ultimi vivono convinti che “finché gli affari del nostro paese, la nostra vita e la nostra morte, saranno in mano a quelli di Roma, saremo dunque sempre come bestie”. I gaglianesi non sono “cristiani” (cioè uomini), Cristo non è mai arrivato fino a laggiù, ma si è fermato prima, si è fermato ad Eboli.

P. S.: A chiunque si sia incuriosito (o si incuriosirà), come è successo a me, dei luoghi in cui è ambientato questo libro, consiglio di dare un occhiata al paesino che ora si chiama Aliano e che trovate mappato su Google Earth.

P. P. S.: L’immagine del post è un quadro di Levi del 1935 intitolato ovviamente “Aliano and the moon“.

Se una notte d’inverno un viaggiatore si trovasse a dover attendere in una stazione a causa del ritardo del suo treno cosa potrebbe fare per riempire il tempo di questa interminabile attesa? Potrebbe attaccare bottone con qualche altra persona nella sua stessa situazione, ma facciamo finta che non ci sia nessun altro. Allora potrebbe tirare fuori il suo lettore mp3 per ascoltare un po’ di buona musica, ma proprio 5 minuti prima si sono scaricate le batterie. A questo punto potrebbe prendere in mano il cellulare e telefonare a qualche amico, ma, manco a dirlo, il credito residuo è insufficiente ad effettuare chiamate. A questo punto lo sfortunato viaggiatore si trova di fronte ad un bivio: può fissare intensamente l’orologio della stazione guardando i secondi che si susseguono inesorabili oppure può aprire lo zainetto ed estrarre “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Già leggendo le prime righe di questo romanzo nasce un sorriso spontaneo sulle labbra e la curiosità cresce parola dopo parola. Si tratta di un libro davvero particolare perché non ha nulla di speciale eppure è diverso da qualsiasi altro. Per fare un esempio, tu lo leggi prima di andare a dormire, poi lo riponi sul comodino e la sera dopo lo riprendi in mano. Ma “ecco che fin dalla prima pagina t’accorgi che il romanzo che hai in mano non ha niente a che fare con quello che stavi leggendo ieri”. È l’autore stesso che te lo dice, come se volesse prenderti in giro. Però questo non basta, io sono arrivato verso pagina 100 prima di capire cosa stava succedendo. E Calvino mi ha dimostrato che è in grado di far provare al lettore le sensazioni che lui ha deciso di fargli provare: curiosità, stupore, frustrazione e talvolta un pochino d’incazzatura anche. Tutto questo senza dover per forza andare a toccare argomenti “scottanti” o d’attualità. Da poche righe si può capire benissimo. “Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e foglie…”

Difatti il tema che fa da leit motiv a tutto il romanzo è proprio quello della lettura, della nascita di un libro, del rapporto tra lettore e scrittore, tanto che il protagonista si chiama semplicemente Lettore. Ma ora non svelerò altro, solo un piccolo consiglio. Se vi doveste trovare disorientati leggendo questo libro non preoccupatevi, alla fine ne verrete a capo.

Per concludere vorrei citare un paragrafo che mi ha davvero colpito perché mi riguarda al 100%.
“Non si meravigli se mi vede sempre vagare con gli occhi. In effetti questo è il mio modo di leggere, ed è solo così che la lettura mi riesce fruttuosa. Se un libro m’interessa veramente, non riesco a seguirlo per più di poche righe senza che la mia mente, captato un pensiero che il testo le propone, o un sentimento, o un interrogativo, o un’immagine, non parta per la tangente e rimbalzi di pensiero in pensiero, d’immagine in immagine, in un itinerario di ragionamenti e fantasie che sento il bisogno di percorrere fino in fondo, allontanandomi dal libro fino a perderlo di vista”.
Per me spesso la lettura è questo, e per voi?