Io non sono uno scrittore, né un critico e nemmeno un letterato. Non ho alcuna pretesa di saperne più di altri, è solo che mi piace moltissimo leggere e vorrei che questo blog venisse utilizzato da tutti per scambiarsi consigli riguardo a possibili letture. La mia idea è quella di tenere questo spazio aperto, dando la possibilità a chiunque di parlare di un libro a cui tiene particolarmente. Quindi chiunque voglia postare qualcosa mi contatti!






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Q

Uno scenario: l’Europa subito dopo le tesi di Lutero e la nascita del Protestantesimo. Guerre tra nobili, rivolte di poveri, ma soprattutto una spietata guerra spirituale per il controllo delle anime e della verità.

Un uomo. Molti nomi e molte battaglie. Quello che deve fare.

Un nemico infido ed enigmatico, Quolet, il cui l’obiettivo è mantenere l’ordine secolare. “Nell’affresco sono una delle figure di sfondo. Al centro il Papa, l’Imperatore, i cardinali e i principi d’Europa. Ai margini, gli agenti discreti e invisibili, che fanno capolino dietro le tiare e le corone, ma che in realtà reggono l’intera geometria del quadro, lo riempiono e, senza lasciarsi scorgere, consentono a quelle teste di occuparne il centro”.

Molti conflitti, una sola lotta. Un solo ideale. La libertà di credere e leggere da sé le Scritture.
“All’uscita da una chiesa ho incontrato un bambino di cinque anni e gli ho domandato chi fosse Gesù. Sapete cosa mi ha risposto? Una statua”. “Per i papisti questa è la fede! Prima imparare a venerare e ubbidire, poi capire e credere!”… “A vent’anni credevo che Lutero ci avesse regalato una speranza. Non ci ho messo molto a capire che l’aveva subito rivenduta ai potenti. Il vecchio frate ci ha sbarazzati del Papa e dei vescovi, ma ci ha condennato a espiare il peccato in solitudine, ficcandoci un prete dentro l’anima”.
Da qui nasce la speranza di pochi di creare un mondo migliore per molti. “Noi vogliamo Redenzione! Noi vogliamo libertà e giustizia per tutti! Noi vogliamo leggere liberamente la parola del Signore e liberamente scegliere chi deve parlarci e chi rappresentarci in Consiglio!”.
Sono tanti i profeti che si succedono in questo compito e il protagonista/narratore è sempre al loro fianco a lottare perché anche i pezzenti abbiamo la loro dignità.

Un autore, Luther Blissett, che non esiste. Uno pseudonimo che riunisce quattro persone diverse. Un progetto che va avanti da tempo.

Questi sono i principali ingredienti che compongono Q, romanzo storico che si basa su fatti realmente accaduti. Nonostante la difficoltà dei temi trattati, il merito che va dato agli autori è quello di aver creato un libro che è la giusta via di mezzo tra un best seller di facile lettura dal ritmo mozzafiato e un romanzo intenso ed impegnato che fa riflettere su ciò che accade ai giorni nostri. Un libro che può accontentare un po’ tutti i palati. E forse è proprio questo il segreto della sua fama, insieme ad una cura scrupolosa dei dialoghi, in cui il linguaggio è sempre adatto al personaggio che lo proferisce e al suo ruolo. Il che rende tutto più realistico.

E tanto per restare in tema di realismo, il destino delle rivolte dei poveri è abbastanza scontato ed è tutto nelle parole di un vecchio mercenario. “Te lo dico io signorino, questa è stata la più merdosa di tutte le guerre merdose che ‘sto unico occhio buono ha visto. Soldi, compare, solo soldi e gli affari con quei porci di Roma. I vescovi con tutte quelle baldracche e figli da mantenere! Grana, te lo dico io, che i principi, i duchi, quei fottuti, non pensano ad altro. Prima gli tolgono tutto, ai bifolchi, e poi ci mandano noi a bastonare quelli che si incazzano. Forse sono troppo vecchio per queste stronzate. Rotti in culo! Ma a ‘sto giro c’erano da voltare i cannoni contro i principi e i leccamerda del Papa, avevano tirato fuori i coglioni, gli zappaterra: bruciavano i castelli con tutto quel ben di Dio, inculavano le contesse, sbudellavano i preti vaffanculo! Oh, parlavano sempre di Dio ma spaccavano tutto, quasi quasi ci stavo anch’io, ma poi lo sapevo come andava a finire, non c’è fortuna per i pezzenti”.

Infatti, il protagonista di tutte le vicende è proprio “l’ultimo sopravvissuto di una razza senza fortuna, un popolo che la storia ha voluto sterminare”. “È destino ch’io debba sopravvivere, sempre, per continuare a vivere nella sconfitta, consumarla poco alla volta”.
Ma la resa non è totale e definitiva, non si spegne mai l’ultima fiammella di speranza. “Nessun prezzo può saldare il conto, non si paga mai abbastanza e non esiste rifugio sicuro. C’è una partita che vuole essere chiusa; se deve essere fino alla fine che sia”.

Never give up

Istruzioni per rendersi infelici

Ormai il periodo vacanziero sta per finire per tutti. Si avvicina il momento giusto per mettere da parte i falsi buoni propositi e la speranza che l’anno nuovo porti benessere e felicità. Perché, diciamocelo, in realtà “nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici. È giunta l’ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita”.

Se siete anche voi di quest’idea, vi consiglio di cominciare il 2008 con Paul Watzlawick e le sue “Istruzioni per rendersi infelici”. Se pensate di essere già abbastanza infelici e che questo libro non possa esservi d’aiuto, vi sbagliate. “Tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale”.

Non aspettatevi da questo breve saggio l’aria fritta di cui sono soliti riempirsi libri con un titolo del genere. In modo molto semplice e marcatamente ironico, Watzlawick propone esempi ed esercizi che se seguiti con scrupolosità promettono un’efficace e persistente infelicità.
Per perseguire l’obiettivo si può cominciare dall’esaltare il proprio passato. Infatti, “al più dotato aspirante all’infelicità non dovrebbe essere difficile riconoscere nella propria giovinezza l’età dell’oro irrimediabilmente perduta, rendendosi così accessibile un’inesauribile fonte di tristezza”. “Un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente”.

A questo punto sarà possibile affrontare i problemi della vita come avviene nella “storiella dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: «Per scacciare gli elefanti». «Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!». E lui: «Appunto»”. Morale della favola: “rifiutare o scansare una situazione temuta, un problema, da un lato sembra essere la soluzione più logica, dall’altro però assicura il persistere del problema. E il suo valore per noi consiste proprio in questo”.

Imparate le basi, ci si può ora cimentare nel rovinare le proprie relazioni sociali. Due banali esempi che tutti voi avrete già sperimentato.
Primo. “Un efficace fattore di disturbo nelle relazioni consiste nel concedere al partner solo due possibilità di scelta e, non appena ne scelga una, nell’accusarlo di non aver scelto l’altra”.
Secondo. I paradossi nella comunicazione: “tra tutte le complicazioni, i dilemmi e le insidie che possono esistere nella struttura della comunicazione umana, l’assurdità del cosidetto «Sii spontaneo!» è certamente la più diffusa. Essere spontanei ubbidendo ad un ordine è tanto impossibile quanto dimenticare intenzionalmente qualcosa o scegliere di dormire più profondamente. O si agisce spontaneamente, quindi di propria iniziativa, oppure si esegue un ordine e in questo caso non c’è alcuna spontaneità”.

Ecco, io qualche dritta per affrontare meglio l’anno nuovo ve l’ho data. Chi decide di seguire le istruzioni di Watzlawick me lo faccia sapere così tra qualche mese verifichiamo se ha davvero ben imparato a difendere con tenacia la propria infelicità.

Ovviamente buon 2008 a tutti.

L'uomo duplicato

Dato che viviamo nel paese del perbenismo, dove per risultare adeguati è necessario sembrare perbene e dire cose perbene (pena la “scomunica”, si veda il caso Luttazzi), oggi vi parlerò di un personaggio perbene.

“L’uomo che è appena entrato nel negozio per noleggiare una videocassetta ha nella sua carta d’identità un nome tutt’altro che comune, di un sapore classico che il tempo ha reso stantio, niente di meno che Tertuliano Maximo Afonso. È professore di Storia in una scuola media, e la videocassetta gli era stata suggerita da un collega di lavoro che tuttavia non si era dimenticato di preavvisare, Non che si tratti di un capolavoro del cinema, ma potrà intrattenerla per un’ora e mezza. In verità, Tertuliano Maximo Afonso ha un gran bisogno di stimoli che lo distraggano, vive da solo e si annoia, o, per dirla con la precisione clinica che l’attualità richiede, si è arreso alla temporanea debolezza d’animo comunemente nota come depressione”.
Maximo Afonso (perché lui preferisce essere chiamato così) non si aspetta minimamente cosa si nasconda in quella videocassetta. La sorpresa che José Saramago ha in serbo per il protagonista del suo romanzo “L’uomo duplicato” è “la tremebonda rivelazione che è stata per lui l’esistenza, forse proprio in questa città, di un uomo che, a giudicare dalla faccia e dall’aspetto in generale, è il suo ritratto vivente”.
E che sarà mai, penserete voi, non è mica impossibile trovare qualcuno che ci somiglia molto. Ma per Maximo Afonso non è proprio così. Lo shock di scoprire che uno degli attori secondari del film è identico a lui è enorme. “Si abbandonò sul divano, non sulla sedia, dove non ci sarebbe stato abbastanza spazio per sostenere il crollo fisico e morale del suo corpo, e lì, stringendosi il capo tra le mani, coi nervi esausti, lo stomaco in subbuglio, si sforzò di riordinare i pensieri, districandoli dal caos di emozioni che si erano accumulate”.
Lo sconvolgimento è talmente grande che Tertuliano non riesce a lasciarsi questa scoperta alle spalle e decide di improvvisarsi investigatore privato per andare alla ricerca dell’identità del suo duplicato. Non sa nemmeno lui perché, a quale scopo andare a fondo in questa faccenda. Il buon vecchio senso comune lo avvisa, evidenzia i rischi che correrà, gli intima di lasciar perdere, ma niente da fare. “Continuo a pensare che dovresti smetterla con questa maledetta storia di sosia, gemelli e duplicati, Forse dovrei, ma non ci riesco, è più forte di me, Ho l’impressione che hai messo in moto una macchina trituratrice che ti viene incontro, ha avvisato il senso comune, Che farò, allora, Questo non lo so, non è di mia competenza, il ruolo del senso comune nella storia della vostra specie umana non è mai andato al di là del consigliare cautela e piedi di piombo, principalmente nei casi in cui la stupidità ha già preso la parola e minaccia di prendere le redini dell’azione”.
Qui mi fermo. Quello che Tertuliano Maximo Afonso deciderà di fare lo lascio scoprire a voi.

L’autore del libro, Saramago, non necessita di presentazioni, ho già parlato di quelle che secondo me sono le sue due opere più belle. Questo romanzo, pur non essendo magari il più bello o il più importante tra le opere del premio nobel portoghese, è di sicuro il mio preferito. I dialoghi tra il protagonista e il senso comune sono delle perle incredibili. Ne “L’uomo duplicato”, forse più che negli altri suoi romanzi, lo svisceramento dei personaggi dimostra come Saramago sia in grado di capire l’umanità e di essere in grado di narrarla meglio di tutti, o quasi, gli esperti psicologi, sociologi, filosofi e tuttologi dei nostri giorni.

E visto che tra pochissimo è Natale (anche se io ancora non me ne sono accorto), vi lascio come regalo un po’ di citazioni prese qua e là nel libro, fate voi le considerazioni che volete, io getto il sasso e nascondo la mano.

- “L’unica cosa che dura per tutta la vita è la vita, il resto è sempre precario, instabile, fugace, il tempo mi ha insegnato questa grande verità”.

- “È noto a tutti, però, che l’enorme carico di tradizioni, abitudini e costumi che occupa la maggior parte del nostro cervello zavorra impietosamente le idee più brillanti e innovative di cui la parte restante ancora sia capace, e se è vero che in alcuni casi questo carico riesce a equilibrare sregolatezze e indiscipline dell’immaginazione che Dio sa dove ci condurrebbero se fossero lasciate in libertà, non è men vero che tale carico possiede, spesso, le arti di sottomettere sottilmente a inconsapevoli tropismi ciò che credevamo fosse la nostra libertà di agire, come una pianta che non sa perché dovrà inclinarsi sempre verso il lato da cui proviene la luce”.

- “Credo di sapere che i nostri antenati hanno cominciato ad essere abbastanza intelligenti per avere delle idee solo dopo aver avuto quelle idee che li resero intelligenti”.

- “Allora io ti dico che il senso comune si esprime da maschilista nel suo significato più rigoroso, Non è colpa mia, mi hanno fatto così, Non è una buona scusa per chi nella vita non fa altro che dare consigli e opinioni, Non sempre sbaglio, Questa subitanea modestia ti sta bene, Sarei migliore di quello che sono, più efficiente, più utile, se mi aiutaste, Chi, Voi tutti, uomini, donne, il senso comune non è altro che una forma di media aritmetica che sale o scende secondo la marea, Prevedibile, dunque, Effettivamente, sono la più prevedibile di tutte le cose che ci siano al mondo”.

- “Si può cambiare da un’ora all’altra pur continuando a essere se stessi”.

P.S.: a chi vive qui nella zona del trevigiano e voglia farsi prendere dalla psicosi che attualmente divampa nel territorio consiglio di leggersi “Cecità”.

P.P.S.: TANTI AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI!

Neve

Mi dispiace ma questo mese proprio non ce la faccio, non riesco a trovare neanche un briciolo di voglia di fare un nuovo post. Ho temporeggiato quasi fino alla fine del mese, ma niente da fare. Rinuncio anche all’obiettivo minimo di un post mensile che mi ero prefissato. Il nuovo obiettivo minimo sarà stabilire un nuovo obiettivo minimo. Così almeno per un po’ posso prendere in giro la mia coscienza.

Comunque, già che ci sono un libro ve lo consiglio lo stesso. “Neve” di Orhan Pamuk.
Magari vi può sembrare un po’ prematuro parlare di neve, ma può essere un buon momento per parlare di Pamuk. Premio Nobel per la letteratura 2006, e non a caso direi, il caro Orhan è uno che ha delle cose da dire e che attraverso i suoi romanzi (anche se ne ho letto solo uno oggi mi va di generalizzare) riesce a trattare una miriade di temi mescolandoli insieme senza mai risultare né pesante ne confusionario.

La neve fa da sfondo a tutto il romanzo e ricopre completamente la piccola città turca di Kars fino a farne un luogo a sé separato dal resto del mondo. Qui si trova bloccato Ka, un poeta di origine turca da anni esule in Germania, arrivato nella cittadina con l’intento di fare un reportage sul suicidio di alcune ragazze a cui è stato impedito di entrare all’università a causa del loro rifiuto a togliere il velo.

A partire da questo fatto di cronaca ci si ritrova nel pieno di una guerra tra religione e laicità dello stato, combattuta sia con le armi della dialettica sia con quelle da fuoco, come ogni conflitto che si rispetti. Guerra che fa apparire quasi ridicoli e irrilevanti i problemi che abbiamo in Italia con la chiesa cattolica (con buona pace di Metilparaben, con il quale per altro mi trovo quasi sempre in pieno accordo). Guerra che si può riassumere nella domanda: “è più importante l’ordine dello Stato o quello di Allah?”. Domanda a cui sembra che in Turchia non sia proprio facile rispondere.

Ma non ci si ferma ovviamente qui. Quello che ne nasce è un continuo confronto tra mondo occidentale e mondo islamico, che per quanto si possano avvicinare restano sempre separati da dei solchi che paiono insuperabili. “- Capisco dalla sua faccia che vuole raccontare quanto siamo poveri, quanto siamo diversi dalle persone che leggono i suoi romanzi. E non vorrei che mi mettesse in un romanzo del genere. – Perché? – Perché non mi conosce! Anche se lei mi conoscesse e riuscisse a raccontarmi così come sono, i suoi lettori occidentali potrebbero solo compatire la mia miseria, e non sarebbero in grado di vedere la mia vita. Non vorrei essere descritto come uno per cui riderebbero e proverebbero pena, se non disprezzo”.

Al di là di tutti questi temi, Pamuk si sofferma soprattutto nell’indagare il mondo interiore del suo amico Ka (ma non ve ne svelerò le ragioni), a partire dalla ritrovata vena poetica fino alla scoperta di una propria spiritualità, passando per la cronica infelicità e per l’amore per la bella Ipek.
Vi lascio con quest’ultimo brano. “Forse siamo arrivati al cuore della nostra storia. Quanto è possibile capire il dolore, l’amore di un altro? Fino a che punto possiamo capire coloro che vivono tra dolori, frustrazioni e angosce più profonde delle nostre? Se capire significa mettersi al posto di colui che è diverso da noi, i ricchi e i dominatori del mondo hanno mai potuto capire milioni di miseri emarginati? Fino a che punto il romanziere Orhan può scorgere il buio nella vita difficile e dolorosa del suo amico poeta?”.

Magari non si potrà capire tutto, ma forse qualche volta vale la pena provarci lo stesso.

Ballando nudi nel campo della mente

Mi sono sempre immaginato i premi Nobel per le materie scientifiche come dei topi da laboratorio, vecchi, ingobbiti per il troppo studiare, con indosso lenti spesse un centimetro tenute insieme da una montatura d’osso attaccata con lo scotch.
Mi sono sempre immaginato che un premio Nobel da piccolo deve essere stato un bambino prodigio, di quelli che stanno incollati ai libri sette giorni su sette, di quelli che da adolescenti si ritrovano poi degli USA (Uomini Senza Amici, per intendersi).
Mi sono sempre immaginato che per fare una scoperta che valga il premio Nobel ci vogliano anni e anni di duro lavoro e una pazienza infinita nel mettersi lì a provare e riprovare finché qualcosa non ne viene fuori.

Queste mie convenzioni un po’ banali e molto stereotipate, lo ammetto, sono state spazzate via dall’uragano Kary Mullis. Attenzione però, non è il nome di una tempesta tropicale che si è abbattuta su qualche isola caraibica, ma quello del vincitore del premio Nobel per la Chimica del 1993.

Qualche anno dopo aver vinto l’ambito premio per la scoperta della PCR, Mullis ha dato alle stampe la sua divertente e irriverente autobiografia, “Ballando nudi nel campo della mente”.

E così si viene a sapere che l’idea che poi gli è valsa il Nobel gli è venuta in un lampo mentre era in macchina e si apprestava a trascorrere un tranquillo weekend con la sua ragazza. “All’altezza della pietra miliare 46.58, sulla Highway 128, stava per affacciarsi l’era della PCR”. Cosa che potrebbe capitare a tutti, no?

Mullis, infatti, non è solo un grande scienziato che ha rivoluzionato il mondo della chimica e della genetica. Nel suo libro si trovano decine di aneddoti interessanti e divertenti sulla sua vita. Si può quindi scoprire che è anche un bravo surfista, un curioso e attento fruitore di LSD e di qualsiasi altra sostanza che possa interagire con la mente, un uomo che può vantare incontri ravvicinati del terzo tipo (non dopo aver preso allucinogeni), un appassionato di scienza fin da bambino. Passione nata con il piccolo chimico come per tanti altri bambini. Passione che si è focalizzata poi sulla biochimica. “La biochimica era più divertente, e lo è tuttora. Adesso non vado più alle feste per trovarci ragazzine, ma niente mi sembra più divertente o più interessante dell’organismo umano. È ciò che sono io. Voglio che i miei occhi continuino a vedere, il mio cuore a battere, e che le eccitanti funzioni sessuali nelle quali il mio corpo si impegna continuino a funzionare, notte dopo notte”.

Soprattutto, però, Mullis è uno che ha le idee chiare, condivisibili o no, e che non le manda a dire. Ne è un esempio la sua presa di posizione contro i maggiori studiosi di AIDS sostenendo che non esistono prove che sia il virus dell’HIV a provocare la tanto temuta sindrome.
Ma non sono da meno i suoi feroci attacchi ai profeti di imminenti disastri ecologici. “Gli scienziati che fanno affermazioni categoriche su futuri disastri ecologici e sostengono che gli uomini sono responsabili di tutti i cambiamenti in corso sono fortemente sospetti. Spegnete la televisione, prendete in mano il libro di scienze che usavate a scuola. […] Dobbiamo farcela contando solo sulla nostra intelligenza. E dobbiamo tenere presente che i media sono alla mercé degli scienzati che hanno l’abilità di mobilitarli, e che gli scienziati dotati di questa capacità spesso non tengono d’occhio la bottega. Più probabilmente tengono d’occhio il loro stipendio”.

Occhio quindi a chi cerca di spillarvi soldi per la ricerca, non sempre si tratta di interessi altruistici. E soprattutto, occhio a chi cerca di mettere, nel bene e nel male, l’uomo davanti a tutto. È arrivato il momento di ricordarci qual è il nostro posto nel mondo che viviamo. “Noi siamo un sottile strato di muschio su un masso voluminoso. Siamo un piccolo fenomeno biologico che produce parole, pensieri, e bambini, ma non arriviamo neanche a solleticare le piante dei piedi al pianeta”.

Al di là che le opinioni di Mullis possano essere giuste o sbagliate, e non vi resta che leggerle per farvi un’idea, ciò che davvero colpisce è che non c’è poi nulla di così straordinario in un premio Nobel, che non c’è una netta linea di demarcazione tra partecipare ad un festino a base di allucinogeni e scoprire qualcosa che influenzerà tutto il mondo della ricerca scientifica. Grandi idee possono venire a tutti in qualsiasi momento, ma alla scienza il "chi" interessa poco. La sua magia è dovuta alla possibilità di slegarsi da chi l'ha prodotta. Alla fine "non ha importanza sapere chi fosse Isaac Newton. È stato lui a dimostrare che la forza equivale alla massa per l’accelerazione. Lui era un pazzoide antisociale e criminale che voleva dar fuoco alla casa dei suoi genitori, ma la forza continua ad equivalere alla massa per l’accelerazione”.
Che poi possiate essere curiosi di scoprire chi c'è dietro a grandi scoperte, questo è vostro diletto.

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