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05/28/07: Wilco - Sky Blue Sky

Il cursore lampeggia su una pagina bianca. Non c’è una storia da raccontare o personaggi che abbiano qualcosa da dire. Manca anche il più piccolo accenno di trama.
Potrebbe nascere un racconto noir. Le strade strette e grigie di Parigi, ombre lunghe e maliziose in nottate senza sonno. O magari una favola moderna con tanto di principessa-lavapiatti e cavaliere-broker finanziario.

Se venissero raccontate le note di “Sky Blue Sky”, invece, diverrebbero certamente un diario. Un semplice quaderno con la copertina ruvida. Senza righe e con le annotazioni scritte con colori diversi. Ci sarebbero dentro i biglietti di un concerto di tanti anni prima, la ricevuta di un ristorante in collina, le foto degli amici in formazione calcistica. Una pila alta così di ricordi più o meno belli, riflessioni timide.

“Either Way”
scrive con un Hammond A100 in sottofondo. Un arpeggio portante e la storia raccontata dalla chitarra si materializza sul foglio. “Maybe the sun will shine today / The clouds will blow away / Maybe I won’t feel so afraid / I will try to understand / Either Way”. Passato il temporale, scomparsa la paura, ritrovata la fiducia.
Anche la title track “Sky Blue Sky” sta sul pezzo. “With a sky blue sky / This rotten time / Wouldn’t seem so bad to me now / Oh, if I didn’t die / I should be satisfied / I survived / That's good enough for now”.
Anche se le nuvole non sembrano mai state così nere sembra possibile che arrivi il vento a riportare caldi raggi di sole. Si respira speranza in queste canzoni. Lo sguardo spazia e il panorama non disorienta, ma rasserena.

Ci sono scene di vita quotidiana e preoccupazioni in chiave blues come in “Hate It Here”: “I try to stay busy / I do the dishes, I mow the lawn / I try to keep myself occupied / Even though I know you’re not coming home... I’ll check the phone / I’ll check the mail / I’ll check the phone again and I call your mom / She says you’re not there and I should take care”.
Pagine scritte con sentimento, trasporto e una vena pop che conquista subito. Canzoni vere e proprie. Si intervallano i pezzi leggeri come “Leave Me (Like You Found Me)”, le suppliche e le scuse sincere di “Please Be Patient With Me”, il rock più grintoso di “Walken”, il blues storto di “Shake it off”.

Disegni, cancellature, colore, appunti da un libro.

“On And On And On” è invece una pagina nascosta. Un desiderio affidato alla carta e ribadito da quello “yeah” dopo le frasi principali. “On and on and on we’ll stay together yeah / On and on and on we’ll be together yeah… One day we’ll disappear together in a dream/ However short or long our lives are going to be / I will live in you or you will live in me / Until we disappear together in a dream… You and I will stay together yeah /You and I will try to make it better yeah”.
E’ un crescendo continuo. Un rincorrersi di strumenti. Un urlo di gioia trattenuto.

Futuro, voglia di giocare e capacità di leggere tra le righe. Tweedy e compagni non cercano di stupire, però riescono a farsi voler bene.
Empatia. capacità di identificarsi con gli stati d’animo di una persona. Potremmo averlo scritto tutti quel diario. Per fortuna ci sono gli Wilco ad averlo reso realtà.

WILCO – SKY BLUE SKY
Reprime Records
2007

1. Either Way
2. You Are My Face
3. Impossible Germany
4. Sky Blue Sky
5. Side With The Seeds
6. Shake It Off
7. Please Be Patient With Me
8. Hate It Here
9. Leave Me (Like You Found Me)
10. Walken
11. What Light
12. On And On And On

Inutile provare a fare a pezzi il disco, pesare qualità e meriti, operare un confronto con in suoi fratelli maggiori. Niente. Perde nettamente contro gli arrangiamenti di “Yankee Hotel Foxtrot”, non si inerpica su strade meno battute come ha fatto “A Ghost Is Born”. Meglio lasciare da parte il bisturi e ascoltare senza barriere. Ne vale la pena.

04/04/07: Crippled Black Phoenix - A Love Of Shared Disasters

Non so come cominciare. Ci provo. Ore 19. Circa. Arrivo da Tocchetto. Un’osteria come ce ne sono a migliaia. Un posto che stasera è diventato speciale. Una faccia preoccupata, qualche persona indaffarata. Di sicuro è diverso dal solito. Quattro chiacchiere, una birra e comincio a rimboccarmi le maniche. In un paese come il mio certe cose non accadono tutti i giorni. In un paese come il mio certe cose non accadono e basta. Eppure grazie al lavoro di pochi e alla passione di molti qualcosa di piccolo e grande allo stesso tempo, è avvenuto. Cavi da collegare, luci da posizionare, il pieno al generatore. Verifica. Tutto bene. Mancano solo loro. I Crippled Black Phoenix. A Montebelluna. Arrivano tardi, tardissimo. Alle nove e mezza passate comincia il soundcheck. Una ciabatta da cinque euro rischia di far saltare tutto. Qualcuno risolve ed è tutto pronto. Pieni di ansia e aspettative attendiamo.
Un concerto. Niente di più. Eppure una cosa grande ed intensa.
Non riesco ad esprimermi. So che sembra stupido e infinitamente inutile. So che. Cercate di capire. Vederli salire su un palco che non c’è, le luci soffuse, la gente che si raduna. Mi è sembrato enorme. Comincia “Burnt Reynolds” ed è subito amore. Qualche canzone l’avevo già sentita, ma non era suonata nella cittadina che si atteggia a metropoli in cui sono nato. Non viveva nel parcheggio polveroso del luogo in cui di solito ordino da bere.
Piove e sarebbe un momento perfetto se non fosse per… altra storia. Scorrono le note. Violoncello sommesso. Batteria consistente. Voce amichevole e densa. Chitarre e tastiere. Volume, volume, volume. Il suono prende corpo e mi attraversa. Mi scuote e mi accarezza al tempo stesso.
Penso. Penso ad un sacco di persone e di situazioni. A me stesso, a dove sono arrivato e a dove andrò. Sigaretta. Sorso di birra. Passano le canzoni. “When You’re Gone” è un crescendo. Un’onda che sbatte su uno scoglio. E’ un respiro lungo una vita. Non posso che abbandonarmi. Alzo il cappuccio della felpa sulla testa e chiudo gli occhi. In un qualche modo prego. Che non finisca, che qualcuno mi prenda la mano e mi dica che capisce. Prego che quella rullata sospesa mi si imprima nel cuore e non mi lasci più. “Goodnight Europe” viene poco dopo. Chitarra acustica come piace a me. E di nuovo vorrei… saltare, urlare, condividere, smettere di sperare. Poco dopo la realtà bussa. Resta un sorso di birra nel bicchiere, il pacchetto di sigarette finisce. I lampeggianti blu. Lo sapevo. Non poteva durare in eterno. Nemmeno una canzone come “Suppose I Told The Truth” ha energia a sufficienza per cambiare lo stato delle cose se non per un attimo.
Sono contento. No. Non sono contento. Sono entusiasta, vivo, malinconico, elettrico e sognante. Sono. E non potrò mai dire abbastanza grazie o thank you per questi tre quarti di giro di lancette. Non sono capace. E’ come cercare di mettere il mare in un secchio. Mi fanno male le gambe e ho fumato troppo. Ho le mani sporche, un cd in tasca, conversazioni e musica nelle orecchie, un ghigno nell’anima. Mi batte il cuore e vorrei fosse sempre così.
Si chiude. Basta. I vicini, l’orario, il chiasso, il verbale. Di nuovo cavi da arrotolare, mani da stringere. Pacche sulle spalle. Sorrisi tirati. In qualche modo è andata.
Mi porto a casa il distorto del finale di “Sharks And Storms/Blizzard Of Horned Cats” da posare sul cuscino, lo sguardo e i piedi nudi della violoncellista, i miei amici che questa serata non se la sono persa e la partecipazione di chi non è potuto essere presente pur volendo. Quando sarò vecchio e stanco di tutto, mi impongo di ricordare questa serata. Prima di invecchiare ed essere travolto dalla vita mi costringerò a muovermi per assaporare ancora momenti come questo. Vi esorto a fare lo stesso, altrimenti cosa ci fate a stare qui?

CRIPPLED BLACK PHOENIX - A LOVE OF SHARED DISASTERS
Andada Records
2007

1. The Lament Of The Nithered Mercenary
2. Really, How'd It Get This Way?
3. The Whistler
4. Suppose I Told The Truth
5. When You're Gone
6. Long Cold Summer
7. Goodnight Europe
8. You Take The Devil Out Of Me
9. The Northern Cobbler
10. My Enemies I Fear Not But, Protect Me From My Friends
11. I'm Almost Home
12. Sharks And Storms/Blizzard Of Horned Cats

www.crippledblackphoenix.com
www.myspace.com/crippledblackphoenix

So che lì sopra è scritto un marasma di parole. Non importa. Mi si affollano nuvole in testa e per adesso va bene così. Musica e vita.

02/14/07: Aereogramme - My Heart Has A Wish That You Would Not Go

14 febbraio. Di nuovo. Di nuovo vediamo di celebrare la festa del sentimento che tanto mi ossessiona e che dovrebbe far girare il mondo. Avevo promesso di smetterla con le vicende personali, le manie, i violini. Vedrò di contenermi, ma non penso di essere l’unico a dire le bugie e, onestamente, non mi sento nemmeno troppo in colpa.

“My Heart Has A Wish That You Would Not Go” degli “Aereogramme” è perfetto come una candela accesa su un tavolo apparecchiato per due, delicato come il velluto della scatola che racchiude l’anello che un giorno regalerò a qualcuno, coinvolto come gli occhi di Lei quando li sogno la notte.

“You're Always Welcome” comincia con un arpeggio di chitarra acustica. Brillante. La voce di Craig B. irrompe e accompagnata dai violini a fargli da sfondo. Accorata eppure delicata. Dipinge e descrive immagini di speranze e frustrazioni. Lo fa senza barriere e con una sincerità disarmante. In punta di piedi volteggia sulle note di un pianoforte a coda e sulle gocce di pioggia che cadono sulla cassa della batteria. “The lights that come in and out of my life/ I'll write, I'll re-record these times/ The grill in the meadow/ The ex's disease/ Some passing of family/ Frustration released/ You have a home here/ You have a place to hide/ You're always welcome/ And you're more than I can say…May your days be golden/ Let it always surround you”. Vita vissuta, una persona accanto, tutto il bene che ha portato e quel luogo segreto che ognuno ha nel cuore per nascondere quanto di più caro possiede. Non è difficile ritrovarsi a vagare tra i colori della musica. Cercare uno sguardo, una mano da stringere per provare quella sensazione così particolare. Sono sicuro che capite. E’ per voi il violino del ritornello di “Barriers”, il crescendo di batteria, queste parole: “I found love in the loneliest places/ Places I shouldn't be found/ I found love in the home of a sinner/ Wrapped in some bitter sweet song/ So let me tell the truth/ Let me come alive/ Let me build bridges/ Into your life/ I'm sick of being born again and again/ I don't need conditions to let you in”. Per tutti quei legami, per gli sforzi di ogni giorno, per le promesse che certe notti scappano, per le suppliche e per i momenti in cui non ci sono parole adeguate.
Perché ho l’arpeggio di “Exits” da regalare, il suo charleston veloce, ma mi manca un indirizzo a cui recapitarlo. Quello che conta è che scorra un po’ anche in tutti voi. “Won't you help me find/ A way out/ Some exits/A lifeline”. Una strada da seguire, a tratti ostica. Basta poco a renderla meno aspra. Una guida, un aiuto. Qualcuno che sappia vedere attraverso il fumo, che riconosca l’uscita. A chi ce l’ha e a chi la cerca senza posa dedico il carillon con cui inizia “Finding A Light”. Le vertigini dell’innamoramento, la paura di conoscersi, la comunione dei pensieri dopo anni di convivenza. Ci sono molte di queste cose nelle note di questa canzone. “But I know one day I'll find a new light/ And I'll take the sickness/ And bury it down”. E’ questo lo scopo. Guarire. Sentirsi meno sperduti. Bruciare. Non voglio banalizzare, generalizzare, svilire. Purtroppo sono le tre del mattino e mi viene in mente E. che ha dato tanto ad una persona e ricevuto poco in cambio, A. ed I. che adesso sono distanti e non sanno come dirsi che fa male, F. che da qui sembra indaffarata, ma, in fin dei conti, felice, M. che cerca un brivido ed A. che invece un sentimento come quello che ha provato non riesce a ritrovarlo, D. e V. che camminano insieme da una vita e nonostante tutto ci credono, T. che ogni tanto ha dei dubbi, ma poi la guarda dormire vicino a lui e sorride, L. che ha trovato qualcuno con cui condividere il viaggio per un po’, F. che forse è riuscito a dimenticarla. Oggi è per tutti voi. Perché continui ad andare bene o perché possa migliorare. Se non sono riuscito a spiegarmi allora chiedete al violino pizzicato di “Nightmare”, alla chitarra distorta o all’incessante “only love can save me now” che ci riecheggia sopra.
Io ho finito. Cerco di dormire.

THE AEREOGRAMME – MY HEART HAS A WISH THAT YOU WOULD NOT GO
Chemical Underground Records
2007

1. Conscious Life
2. Barriers
3. Exits
4. A Life Worth Living
5. Finding A Light
6. Living Backwards
7. Trenches
8. Nightmare
9. The Running Man
10. You’re Always Welcome

Dimenticavo…. Buon San Valentino.

02/01/07: The Postal Service - Give Up

Quando deve succedere, succede. In questi giorni due persone,o meglio, le parole che mi hanno scritto, hanno evocato in me un disco e le sue atmosfere. Visto che ultimamente, per volontà e mancanza di tempo, latito un po’ da questa pagina colgo l’occasione per spiegarvi come la debolezza possa diventare forza.
“Give Up” vuol dire lasciar perdere, in un certo senso arrendersi. Non è facile capire quando farlo, non è semplice mettere da parte la proprio testardaggine oppure un sentimento. E’ la negazione del nostro lato più solipsistico. Riuscire a rendersi conto di non essere all’altezza, di aver fatto il proprio tempo in un certo campo, è quanto di più avvilente possa esserci. Mike Bongiorno non continuerebbe a fare il presentatore e io non mi ostinerei a parlare di musica se non fosse così.

Poche parole in successione hanno capacità straordinarie. Una volta (erano anni che volevo scriverlo!) c’erano le lettere, quelle scritte a mano (e le mezze stagioni). Oggi cambia il mezzo ma non il risultato. Arrivano gli sms anziché le missive. Meno poetico, ma decisamente più immediato. Forse si riferivano a questo i “The Postal Service” quando hanno scelto il loro nome, ma io mi sono convinto che volessero sottolineare il loro ruolo di dispensatori di emozioni.
Non voglio nemmeno ipotizzare che qualcuno si azzardi a dire che sono un gruppetto di poco conto. I disegni che facevamo da bimbi non sono dei van Gogh, ma li conserviamo per i ricordi che richiamano.

“Such Great Heights” comincia con un beat elettronico e persistente che rimbalza nella stanza. Aumenta di volume, viene caricato da un synth che fa la parte del basso, appoggia la voce di Ben Gibbard aiutato da qualche nota di tastiera. “I am thinking it's a sign that the freckles/ In our eyes are mirror images and when/ We kiss they're perfectly aligned”. Questa frase è ritornata presente e tangibile. Qualcuno me l’aveva dedicata ed adesso è lì pronta a farmi alzare un angolo della bocca in un mezzo sorriso e a farmi fermare il cuore per un battito. Va bene così. Non posso dire di non essere stato fortunato. Come la canzone, forse troppo ingenuo e sognatore, ma pur sempre appassionato. Poi è arrivato il momento di “Nothing Better”, di quell’aria fredda che sembra spirare in sottofondo, degli alti e bassi della melodia portante. Il periodo in cui non riuscivo a capire un “you've had your chance so say goodbye” e continuavo a ripetermi “I can't my darling i love you so...”. L’ho detto poco sopra. Non essere, improvvisamente, nessuno dà fastidio. Ho capito, però, che qualcosa di me, da qualche parte, è rimasto. Non posso chiedere di più.

Mi hanno aiutato parecchie cose e persone a risalire piano piano la china. Dire che ho trovato la cura definitiva sarebbe un’eresia, ma il fatto di accettare che il passato, in quanto tale, non ritorna, è già qualcosa. Basta aggiungere serate tirate a forza fino a notte fonda, chiacchiere, chilometri in macchina, nuovi nomi da imparare e, di nuovo, un sms per completare il quadro. Basta un grazie per sentirsi importanti. E’ gratificante riscoprire che, in qualche modo, si può essere utili. E’ così appagante far sorridere una persona. Renderle la vita meno difficile. Un sostegno fa comodo a tutti. Consigli non penso di essere in grado di darne, ma a volte basta tendere l’orecchio e porgere la mano. Ho capito che la dolcezza di “Sleeping In” fa bene a tutti. Che fa piacere, per un giorno, pensare che tutto sia facile. Chiudere gli occhi sulle note delicate di una tastiera, lasciarsi andare alla voce vellutata del ritornello, trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi, sognare di curare il disagio che a volte ci prende, pensare di andare al mare e nuotare in un giorno qualsiasi di novembre.

Io voglio provare a crederci. Mi conforta pensare al sintetizzatore di “Brand New Colony”. Sarà difficile da prendere sul serio, suona un po’ come la musichetta dei videogiochi a 32 bit che mi facevano impazzire da piccolo, ma non è ridicolo. D’altro canto la ritmica che lo completa è decisa e fa gonfiare il petto. Non costa nulla sperare che sia possibile costruire qualcosa di diverso, “Start a brand new colony/ Where everything will change,/ We'll give ourselves new names (identities erased)/ The sun will heat the grounds/ Under our bare feet in this brand new colony/ Everything will change”. Si può cambiare e stare meglio.

E’ questa la forza dei “The Postal Service”. Semplicità, sonorità spesso vicine al pop, una fresca ondata di innocenza e spontaneità. Non mancano episodi dai connotati più tormentati. Prendete “This Place Is A Prison” o “Natural Anthem” per farvi un’idea. Non vi costerà fatica farvi coinvolgere.

THE POSTAL SERVICE - GIVE UP

Subpop
2003

1. The District Sleeps Alone Tonight
2. Such Great Heights
3. Sleeping In
4. Nothing Better
5. Reclycled Air
6. Clark Gable
7. We Will Become Silhouettes
8. This Place Is A Prison
9. Brand New Colony
10. Natural Anthem

Nell’attesa di poter dedicare a qualcuno versi come “I'll be the phonograph that plays your favourite/ Albums back as you're lying there drifting off to sleep.../…/I'll be your winter coat buttoned and zipped straight to the throat/ With the collar up so you won't catch a cold” prometto di non cascare più in post così fastidiosamente personali. Il problema è che quando deve succedere, succede. La musica è parte di me e questo vi beccate al momento.

01/12/07: Violent Femmes - Violent Femmes

Non so quanta strada ho fatto, quante mani ho stretto e quanti sguardi ho incrociato. E’ passato un quarto di secolo da quando ho imparato a respirare. E’ passato lo stesso tempo da quando i Violent Femmes hanno inciso il loro primo disco. Albe e tramonti, gioia ed avvilimento. Ne ho imparate tante di cose. Alcune lezioni sono state piacevoli, altre decisamente dure. E’ comunque interessante, per un giorno, guardarsi allo specchio e cercarvi la propria storia. E’ confortante ritrovare la propria immagine anche nelle note di una canzone.

Spontaneità ed entusiasmo. Una carica fortissima che lascia trasparire comunque malinconia e passionalità. Una punta di rabbia e nervosismo, qualche momento di sana follia. “Kiss Off” comincia piano con una chitarra acustica e la voce acida di Gordon Gano. “I need someone/ a person to talk to/ someone who'd care to love/ could it be you/ could it be yo-ou…” Si carica, e sfocia in una ritmica storta e fremente. Accumula energia comprimendosi come una molla nel preludio al ritornello: “I take one one one cause you left me and/ two two two for my family and three three three for my heartache and/ four four four for my headaches and/ five five five for my lonely and/ six six six for my sorrow and/ seven seven n-no tomorrow and/ eight eight I forget what eight was for and/ nine nine nine for a lost god/ ten ten ten ten for everything everything everything”.
Più scanzonata, in alcuni punti quasi paradossale, nonostante il testo, “Please Do Not Go”. “Tell ya man/ I'm stuck on this lovely girl/ Of course to me know she mean all the world/ But then She like another guy/ I fall down dead/ She never see the tears I cry”
Scintillante e scatenata “Blister In The Sun”. Ebbra di vita come una serata tra amici passata a combattere contro il rum e pera; è movimento e disordine. “When I'm out walking I strut my stuff yeah I'm so strung out/ I'm high as a kite I just might stop to check you out”.

“Gone Daddy Gone”
è uno spettacolo di fuoco e luce. Melodia, calore, complicità. Un film, una storia d’amore “tardoadolescenziale”, una salita in bicicletta. Uno xilofono usato in maniera magistrale ne plasma il carattere, le conferisce personalità con un assolo pieno di trasporto. Anche il basso di Brian Ritchie gioca un ruolo da protagonista, ma è forse la voce, il modo in cui la canta Gordon Gano, a renderla speciale: “Beautfil girl, love the dress/ high school smiles,oh yes/ Beautfil girl, love the dress/ where she is now I can only guess/ Cause it's gone daddy gone, the love is gone/ Yeah it's gone daddy gone, the love is gone/ Yes gone daddy gone, the love has gone/ Yes gone daddy gone, the love has gone away/ When I see you, eyes will turn blue/ When I see you, thousand eyes, turning blue”. E’ un chiaro esempio di canzone che da sola vale il prezzo del disco. E’ come una giornata di sole, in cui ti svegli con una sensazione che ti scorre sotto la pelle che ti suggerisce che qualunque cosa farai sarà speciale. Succede di rado, ma quando capita ti rendi conto di quanto possa essere bello poter camminare su questa terra. Un po’ come quando si è innamorati e basta un soffio di vento per prendere il volo. Forse “Good Felling” parla proprio di questo e di quanto possa essere difficile uscire da questo stato di grazia. Di sicuro racconta tutto meglio di quanto non riesca a fare io. “Good feeling/ won't you stay with me just a little longer/ it always seems like your leaving/ when I need you here just a little longer/ dear lady there's so many things/ that I have come to fear/ little voice says I'm going crazy/ to see all my worlds disappear/ vague sketch of a fantasy/ laughing at the sunrise/ like he's been up all night/ ooo slippin and slidin/ what a good time but now/ have have to find a bed/ that can take this wait”. Poi c’è quel violino. Leggero e ondeggiante. Si unisce alla chitarra ed è dolce come una carezza fatta con il dorso della mano per asciugare una lacrima.

Io non ho molto altro da dire. Continuerò ad alternare alti e bassi, ad inanellare successi (modesti) e delusioni (a volte cocenti). Mi riprometto, per i prossimi venticinque (cazzo, venticinque) anni di non invecchiare, evitando di restare giovane per forza. Mi impegno a gustare ogni respiro, a non dire no per partito preso, ad essere meno pigro, a sfruttare le opportunità ed a cogliere le sfumature. Spero di continuare ad innamorarmi almeno sette volte al giorno ed a piangere quando serve, perché, come mi ha detto mia nonna oggi, noi giovani, e sottolineo giovani, siamo proprio fortunati.

VIOLENT FEMMES - VIOLENT FEMMES
Slash records
1982

1. Blister In The Sun
2. Kiss Off
3. Please Do Not Go
4. Add It Up
5. Confessions
6. Prove My Love
7. Promise
8. To The Kill
9. Gone Daddy Gone
10. Good Feeling

Se, per sbaglio, vi venisse voglia di comprare il disco potrete trovare la versione rimasterizzata (è un doppio cd) che contiene anche la versione demo dell’album e parecchie performance live, bicchieri rotti ed applausi.

Buon compleanno mAks.

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